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I nerd rovineranno il mondo. Anzi, lo stanno già rovinando. Quello del cinema di sicuro

Perché sono ormai l’audience di riferimento del cinema dei grandi incassi, quello commerciale per eccellenza che prima ancora che alle storie pensa e immagina in termini di marketing e merchandising, dove l’incasso del botteghino è una voce, per certi aspetti marginale, per il successo di un determinato progetto – si pensi a quanto folle (per i non addetti ai lavori) poteva esser sembrata l’acquisizione della Lucasfilm da parte della Disney per la cifra di 5 miliardi di dollari, ripagatasi invece nel giro di un anno grazie solo allo sfruttamento delle licenze del marchio Star Wars.

E tutto è proprio cominciato grazie, o per colpa di, Guerre Stellari, saga cinematografica tecnologicamente all’avanguardia ma alquanto mediocre da un punto di vista drammaturgico, attoriale e registico; fenomeno che per primo ha creato interi movimenti sub-culturali eterogeneamente diffusi e trasversali – il fandom, che oggi ha assunto le forme del cosplaying – di teenager però cresciuti capaci di spendere denaro per una cosa che non è più il Cinema, qualcuno dice morto ormai da anni, ma diventato una sorta di universo-ghetto autoreferenziale in cui si possono riconoscere e dialogare tra loro – e non è certo un caso che la parola “universo” sia quella ormai più in voga nell’industria cinematografico-televisiva odierna.

Nulla di così diverso da Player One, il romanzo originale del 2011 scritto da Ernest Cline, prodotto ancor più mediocre, che coglie e dà fasto allo spirito nerdista inaugurato dalla saga creata da George Lucas, capofila, assieme proprio a Spielberg, della rivoluzione cinematografica nella Hollywood d’inizio anni ‘70. Steven Spielberg che è poi il dichiarato punto di riferimento di Cline per la stesura del suo romanzo, ma che, in maniera sconvolgente, travisa del tutto lo spirito e il valore dell’immaginario creato dal cinema spielberghiano – a cui molti aspiranti o novelli filmmaker dicono di dovere tutto – relegando il suo cinema a una mera esposizione museale d’icone che, quarant’anni dopo, si trasformano in vacue citazioni per dilettuoso sollazzo personale.

Citazioni e riferimenti – in gergo Easter Eggs, termine che gioca un ruolo fondamentale in tutto il progetto Ready Player One – che da qualche tempo ormai sono il pane quotidiano (spesso l’unico) del nerd, categoria socio-psicologica che fino a una quindicina d’anni fa era ghettizzata, a volte derisa e irrisa, iconograficamente individuata con l’occhialuto sfigato della scuola che preferisce la solitudine della cameretta per isolarsi in un mondo tutto suo fatto di fumetti, videogiochi e film, e che oggi è stato fatto assurgere a punto di riferimento in quanto consumatore a cui va venduto un prodotto che prescinde dal film e si trasforma in magliette, gadget, e ogni tipo di altra memorabilia.

(1-segue)


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