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Viviamo in un mondo che fa paura, in cui il futuro è talmente incerto che una generazione perduta e nostalgica pensa sia più rassicurante e consolatorio farsi cullare dal passato glorioso, oppure convincersi di riscoprirlo tale perché è sempre meglio di quell’orrendo presente in cui stiamo vivendo

Ma una società che pensa solo al passato, e trae piacere dal suo ricordo, è una società fallita, senza speranza. Nulla di tanto diverso dal messaggio che Ready Player One porta con sé, essere condannati al godimento effimero – in questo c’è il peggio degli anni ’80 – di un mondo idilliaco ma irreale, che è coloratissimo e pieno di tutto ciò che abbiamo sempre amato, perché quello reale è grigio e desaturato, fatto di immense baraccopoli che odorano di miseria.

Ed è un peccato che la retorica ottimistica di Spielberg venga piegata a un didascalismo quasi da soap opera senza che i personaggi abbiano davvero compiuto un arco narrativo che li porti a dire che è forse davvero meglio iniziare a uscire e vivere la vita vera, quella delle relazioni umane e dei contatti epidermici, piuttosto che chiudersi in una stanza e immergersi nella VR.

Forse non sono (fortunatamente) così nerd da aver apprezzato la carovana citazionista – comunque sempre minore rispetto al romanzo originale – ma non c’è stato un solo momento del film in cui mi sono emozionato nelle apparizioni del T-Rex o di King Kong, del Gigante di Ferro o di Mecha Godzilla, o della DeLorean guidata dal protagonista, perché è il film, è la storia, a non essere stata costruita per le sue emozioni, che, al contrario, sono sempre state il punto forte del cinema di Spielberg. Ogni riferimento iconografico è fine a se stesso, decontestualizzato, così tanto che se invece di King Kong o Gundam oppure Chucky – il personaggio creato da Don Mancini nel 1988 della bambola assassina tipo Ciccio Bello protagonista di ben sette film in 30 anni – ci fossero stati personaggi del tutto inventati, il risultato non sarebbe cambiato. Ma non sarebbe stato un film per nerd, per spettatori a cui basta riconoscere, a volte anche in maniera fugace come ad esempio Bat-Girl, uno dei loro personaggi preferiti.

Ready Player One è un film deludente, ripiegato su se stesso, sul compiacimento narcisistico dell’universo che Cline ha creato, compiacente esca per egocentrici pesci, che già nella trama – scarna e tipicamente da videogame – mostra questo suo difetto basandosi unicamente sul meccanismo dell’Easter Egg. Che funziona quando è limitato, ma che diventa stucchevole e privo di forza quando diventa l’elemento centrale dello scheletro di una storia, il cardine di una narrazione. Un gioco che, se si pensa bene, non porta da nessuna parte, in cui lo svelamento risulta pretestuoso, e se vogliamo pure inutile.

Non c’è che dire, il peggior Spielberg di sempre. Ma (forse) giustificato per il fatto che, davvero, di Spielberg, quello vero, quello amato dai cinefili, c’è veramente poco.

(3-Fine) le puntate precedenti sono state pubblicate il 10 e 11 aprile 2018


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