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Il nerd però oggi è, ahimè, anche la cartina al tornasole della società in cui viviamo: sola, isolata, esaltata e autoreferenziale, e non stupisce dunque che chi controlla il mercato lo abbia capito con lungimirante anticipo, e adesso lo sfrutti fino all’esaurimento

Forma al di sopra della sostanza: omologazione e standardizzazione sono le caratteristiche del nerdismo per adulti (e non) affetti da sindrome di Peter Pan che, di fatto, nel mondo reale (forse) non ci hanno mai davvero vissuto.

Come nel romanzo di Cline e nel film di Spielberg, quello che non sa stare al mondo e cerca rifugio nelle fantasmagorie della tecnologia come la Virtual Reality, creazione di un mondo fasullo per individui solitari tendenzialmente anaffettivi.

Ecco perché il nuovo film del regista di Cincinnati è tristemente attuale: elogio del vuoto e della mediocrità – sì, perché pensare a come il romanzo di Cline possa essere assurto a icona generazionale, dovrebbe essere un mistero, ma in realtà è solo un’amara constatazione – del pruriginoso eccitamento nel rimembrare la nostra infanzia spensierata. Inno all’eterna fanciullezza, da sempre cavallo di battaglia della filmografia spielberghiana, ma che nel suo più glorioso passato aveva toccato vette di creatività ed emozionalità che qui nemmeno vengono sfiorate. Certo, Spielberg era l’unico regista in grado di prendere quel romanzo e portarlo al cinema, peccato però che il suo cinema sia evaporato e lui si sia lasciato guidare dal pilota automatico del reparto Special Effects.

Il cinema di Spielberg è sempre stato in perenne, sottilissimo, ma efficacissimo, equilibrio tra le esigenze autoriali di Schindler’s List, Amistad o Munich, e quelle più commerciali di Indiana Jones o Jurassic Park, ma vedere come le sue grandissime capacità di storyteller si siano piegate al piattume che la sceneggiatura di Zak Penn e dello stesso Cline ha proposto fa veramente piangere il cuore.

Spettacolo visivo emozionante? Sì. Figlio unicamente però delle mirabolanti possibilità che la tecnologia e i milioni della Warner Bros hanno offerto. Spettacolo visivo comunque effimero, che piega la narrazione solamente alla ricerca spasmodica dell’esaltazione della retromania, che, ahimè, in questo però confonde e travisa, addirittura ribalta, tutto quello che gli anni Ottanta sono stati: laddove c’era l’anticonvenzionale ricerca di nuove forme d’espressione e di liberazione, seppur sotto l’egida della bandiera dell’edonismo e dell’individualismo spinti all’eccesso, oggi c’è solo l’appiattimento verso la convenzione e la stereotipizzazione per non rimanere emarginati, che ci scopre dunque più schiavi di quando i tabù era riconosciuti e riconoscibili.

Questo è il mondo in cui ha sedimentato il nerdismo: singoli individui concentrati su loro stessi e con un ego enorme per coltivare l’immagine di se stessi come geni capaci di cambiare il mondo, ma che non si rendono conto che il mondo si è sempre rivoluzionato con l’innovazione e lo sconvolgimento delle regole non piegandosi ad esse. Individui più interessati alla maglietta con il logo del film del momento, a comprare un action figure o il pupazzetto funko pop del loro personaggio preferito, o ad accumulare film come sfoggio di cultura fine a se stessa, piuttosto che a realizzare un prodotto che si elevi dalla mediocrità e dai rassicuranti cliché.

(2-Segue) la prima parte è stata pubblicata il 10 aprile 2018


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