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La sua prima apparizione sullo schermo in Captain America

Civil War fu una delle cose più coinvolgenti del film. Forte, leale, integerrimo, aveva incarnato lo spirito positivo e fiero del concetto di vendetta per la morte del padre, il re T’Chaka. Ora, Black Panther, aka T’Challa, torna con un film tutto suo, ma non è all’altezza delle aspettative con cui ci aveva deliziato due anni fa.

Lo avevamo conosciuto principe e ora viene incoronato re

durante un colorato e gioioso rito d’iniziazione che rappresenta il lato migliore dell’Africa, cuore pulsante del film rappresentato da Wakanda, paradiso tecnologico e futuristico, nato grazie al prezioso Vibranio, immerso nella giungla africana, che ha scelto, con un pizzico di arroganza, di isolarsi geo-politicamente per uno scopo apparentemente più nobile. Ma come nella migliore tradizione della tragedia shakespeariana, benché qui manchi della vis necessaria a renderla epica e drammatica in senso aristotelico, c’è sempre qualcuno che rifiuta l’autorità precostituita e vorrà far cambiare le sorti della sua vita e di quelle, non di un popolo, bensì di un’intera etnia, che vuole finalmente liberare dal giogo di una schiavitù che non è solo culturale. L’obiettivo è ovviamente detronizzare T’Challa e sedere al suo posto. Ma chi ha in mente questo lineare piano? E perché?

Anche se non c’è diretta correlazione tra il super-eroe e l’omonimo movimento rivoluzionario americano contro la repressione e la segregazione razziale nato nel 1968, questo è un film consapevolmente “politico”, e nel suo senso più ideologico: film con una chiara impronta culturale afro-americana. Bastino, in tal senso, le scene che aprono e chiudono il film al campo di basket improvvisato, cliché ormai consolidato; con, ovviamente, un regista di colore, il Ryan Coogler di Creed. E vuole essere politico nel raccontare istanze dell’attuale agenda mondiale: di un generale delle armate wakandiane, donna tosta, cazzuta, che non si sente a suo agio quando deve indossare una parrucca che la rende femminile; di un villain, Killmonger, interpretato da Michael B. Jordan, portatore di alti valori morali ma distruttivo nella sua (seppur giusta) battaglia per la liberazione di tutti gli uomini di colore, che, non a caso, per quasi tutto il secondo atto del film, diventa la Pantera Nera alternativa, scelta creativa consapevole per raccontare la natura fortemente radicata nella Storia di questo personaggio e il messaggio che portava con sé.

Pur non brillando per unicità, Black Panther ha almeno il merito di provarci, laddove altri hanno viaggiato col pilota automatico, a volte pure in retromarcia

Prova ad essere una variazione sul genere di James Bond, con tanto di novello Q, ovviamente al femminile, e ovviamente young adult per acchiappare quella parte di audience, ma nel voler strizzare l’occhio alla tamarria tipica dello stereotipo del nero americano, il film perde forza, perché gli manca quell’emozionalità che sgorga da ciò che ha una vera anima.


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