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Dopo un lungo e attento restauro durato tre anni, tornano a risplendere i colori della Resurrezione di Piero della Francesca, pittore e studioso dei principi matematici, colui che ha fatto della scienza un’arte.

Il capolavoro si trova in Toscana, nel comune di San Sepolcro, noto per aver dato i natali a Piero, e più precisamente all’interno del Palazzo della Residenza del Governo, oggi Museo Civico, nella sala dove nel ‘400 si riuniva l’Assemblea cittadina.

Si tratta di un’opera che sembrava avere solo un significato puramente religioso ma in realtà ne ha anche uno civico: è l’emblema di San Sepolcro, borgo sorto in relazione all’evento leggendario di due pellegrini che, tornando dalla Terra Santa, hanno portato qui alcune reliquie del Santo Sepolcro.

Il Cristo che si erge sopra il Sepolcro al centro della composizione, immerso nel paesaggio toscano, col volto stanco e lo sguardo come sorpreso da ciò che gli sta succedendo è certamente il Cristo che sconfigge la morte e riprende il controllo dell’universo con lo stendardo della Chiesa. Ma lo stendardo, guarda caso, è anche quello della Repubblica Fiorentina, in un periodo in cui il Borgo era dominato da Firenze, quindi potrebbe simboleggiare il risorgere della dignità repubblicana della cittadina.

Il Cristo che sorge dal Sepolcro è come il sorgere del sole, come l’avvento della Primavera che trasforma il mondo, è il rinnovarsi della stagione: da un lato gli alberi sono senza foglie, raggelati dall’inverno, dall’altro sono invece frondosi, carichi di foglie.

Egli guarda frontalmente l’osservatore con occhi fissi, sottraendosi alle regole prospettiche che imporrebbero una veduta dal basso, come avviene per i soldati. Gli armigeri incaricati di vigilar il sepolcro si fanno trovare addormentati dall’evento e l’impeccabile sistema prospettico di Piero, maestro nell’applicare le tecniche di rotazione dei corpi nello spazio, rovescia i quattro uomini verso quattro angoli.

La composizione dell’opera gioca sul contrasto tra l’orizzontale del sepolcro, con i soldati assopiti per terra, e il verticale della figura di Cristo che cattura la scena con il volto bizantino e un corpo atletico come quello della statuaria classica. Il piede poggiato sul sepolcro denota una posizione di dominio, mentre la mano sul ginocchio, e l’impugnare lo stendardo come se fosse uno scettro, donano al Cristo un aspetto regale.

Il soldato al centro, l’unico che non porta l’elmo, è con molta probabilità la firma di Piero: l’autoritratto.

A rafforzare l’ipotesi di emblema della città è stata la scoperta che l’opera non è stata dipinta sulla parete che oggi la ospita, bensì sulla facciata dell’edificio, sull’arengario, il luogo da cui le magistrature parlavano al popolo. La Resurrezione costituisce dunque una delle più antiche operazioni di «trasporto a massello» della storia del restauro, ossia di taglio e trasporto di tutto il muro su cui viene realizzato il dipinto. La datazione è ancora incerta ma si ipotizza intorno al 1470, ben più tarda di quella pensata fino ad oggi, legandola pertanto al dominio fiorentino e mediceo su Borgo San Sepolcro.

L’opera è stata fortemente danneggiata nell’800 da una pulitura aggressiva fatta da un pittore preraffaelita inglese il quale, poi, per correggere al danno fatto, ha steso sulla superficie delle patine scure, danneggiandola ulteriormente. Questo degrado e gli iniziali fenomeni di distacco della pittura hanno reso urgenti gli interventi di restauro. Il cielo è tornato azzurro e nel paesaggio sono tornati visibili castelli e piccole costruzioni che animano le colline.

A coprire buona parte delle spese ha provveduto il mecenate Aldo Osti, ex manager della Buitoni, donando 100mila euro, mentre i lavori di ricerca e di restauro sono stati realizzati dall’Opificio delle Pietre Dure di Firenze sotto la direzione di Cecilia Frosinini, e dalla Soprintendenza di Arezzo.

Foto:
http://www.museocivicosansepolcro.it/it/eventi/la-resurrezione-restaurata


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