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A poco meno di 20 giorni dagli attacchi terroristici che lo scorso 2 marzo hanno colpito nel centro della capitale del Burkina Faso Ouagadougou due sedi strategiche – il Quartier generale dell’esercito e l’Ambasciata di Francia – i ritmi sono tuttora stravolti

Dal centro sono scomparsi i consueti ingorghi di autobus, auto e moto, in quanto la circolazione è stata dirottata su diramazioni alternative che evitino accuratamente le zone della Presidenza, dei Ministeri e dei vari centri nevralgici.

Qui chicanes tra cavalli di frisia, barriere antisfondamento e reticolati, controllati da militari in assetto antiterroristico con una temperatura di 43° C evitano accuratamente gli accessi non autorizzati.

Ma il caos automobilistico – insieme al fetido smog che in altri tempi assediava il centro urbano – si è spostato solamente di qualche via, dove l’asfalto non si è mai visto, o è solo più un vago ricordo di tempi andati.

In un allegro disordine, dove passa chi è più prepotente, la vita continua, apparentemente immutata

Eppure, a ben guardare, vi sono segnali significativi di un cambio di trend, di un clima incupitosi nuovamente. In due occasioni successive, a distanza di un paio di giorni, nelle zone abitualmente affollate da turisti, operatori umanitari, imprenditori, non siamo infatti riusciti ad individuare altri bianchi rispetto a noi.

Ma la vita continua e, stranamente, nei locali più adeguati ai gusti ed agli standard europei, la clientela – quegli stessi bianchi scomparsi dalle strade – è pressoché composta di stranieri. Ristoranti che sono, o potrebbero essere anche loro un obiettivo di qualche attentatore, come lo fu nel gennaio 2016 il Cappuccino di proprietà di un imprenditore italiano, che nel corso della strage perse il figlio e la moglie. Il quale, però, ostinatamente ha ricostruito il suo locale secondo le migliori tecniche anti attentato ed ha deciso di rimanere.

Non come l’Ambasciatore francese Xavier Lapdecab, il quale – a quanto ha documentato il giornalista Olivier Dubois, presente sul posto – sarebbe stato immediatamente “esfiltrato” dalla sede diplomatica e portato in salvo al di fuori dei confini burkinabé.
O come la compagnia aerea Air France, che ha rivoluzionato immediatamente i suoi voli Parigi-Ouagadougou-Parigi, inserendo nel volo di ritorno un imprevisto “scalo tecnico” a Cotonou, in Benin. Secondo fonti aeroportuali, il motivo sarebbe da ricercarsi nella maggior sicurezza del Paese, tant’è che il cambio di equipaggio (che generalmente avveniva, appunto, a Ouaga) viene ora effettuato a Cotonou.

Al di fuori della capitale burkinabè, tutto pare immutato

fatti salvi alcuni controlli superficiali effettuati da pattuglie mobili sulle due principali direttrici che portano in Mali: la prima verso il sud attraversando Yako e Ouahiguya in direzione della Falesia, l’altra verso sud-ovest sulla strada per Bobo-Dioulasso.


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