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I mercati globali nuovamente in subbuglio, le piazze finanziarie che segnano consistenti ribassi e le valute di molti Paesi emergenti sotto pressione.

Sono notizie alle quali nell’ultimo decennio, loro malgrado, investitori e risparmiatori si sono abituati a sentire ripetutamente.

Nulla di particolarmente nuovo, dunque, anche in riferimento allo sciame di allarmismi e preoccupazioni per l’attuale situazione in Turchia. Se non fosse per un particolare che non è affatto secondario.

Alla radice della montante crisi che sta travolgendo la “Sublime Porta” non ci sono ragioni strettamente economiche o finanziarie. È invece in atto uno scontro geopolitico di fondo che rischia di minare i già precari equilibri internazionali.

Già più di un anno e mezzo fa ce ne occupammo sulle pagine del settimanale “Panorama” quando, a seguito dei numerosi attentanti terroristici sul territorio turco, illustrammo le motivazioni del perché la Turchia venisse ripetutamente colpita per la sua fragilità: “Un crocevia geopolitico costretto tra la continua minaccia interna ad opera del terrorismo curdo del PKK e contemporaneamente degli jihadisti del Califfo ma anche indebolito dal perdurante tiro alla fune con la NATO e l’Unione Europea” (Panorama, 11 gennaio 2017).

Se da un lato si è riscontrato l’allentamento della pressione terroristica nell’area, sono andati invece peggiorando i rapporti di Ankara all’interno dell’Alleanza Atlantica e le relazioni della Turchia con l’Unione europea.

La rielezione del Presidente Erdogan a fine giugno, peraltro, non ha di certo rasserenato il clima e le sue mosse in politica estera hanno contribuito all’inasprimento delle già note tensioni con l’Occidente.

È da queste frizioni che è necessario partire per cercare di dare una spiegazione all’attuale clima di default che aleggia sui media internazionali. Un fallimento che non ha alcuna ragione legata ai conti pubblici di Ankara.

Una potenza emergente che ha vantato una crescita del Pil del 7,4% nel 2017, in perfetta continuità con i significativi incrementi degli scorsi anni paragonabili solo ai progressi del gigante cinese. Un debito pubblico ben al di sotto del 30% rispetto al Pil – dato da far invidia a tutte le economie avanzate – e una struttura industriale complessa ed articolata, ben inserita nelle dinamiche di interscambio commerciale globali.

Non stiamo parlando, dunque, di una “tigre di carta” ma di una solida economia che cresce a ritmi sostenuti e che registra ben 700 imprese italiane che producono direttamente in Turchia, anche attraverso joint venture con partner locali.

Investimenti che per l’Italia, secondo le stima dell’Ice, rappresentano l’1,22% degli impieghi esteri complessivi del nostro Paese per una cifra che ha raggiunto lo scorso anno i 124 milioni di dollari. Un tessuto economico, quello turco, caratterizzato da una manodopera specializzata e professionale e una popolazione con età media di 31 anni, si trova ora a dover affrontare una crisi che potrebbe potenzialmente dilagare in tutta Europa.

Il proditorio attacco dei giorni scorsi a colpi di tweet lanciato dal Presidente americano Donald Trump, dunque, si inserisce in un contesto che non è strettamente economico e finanziario.

L’annunciato aumento da parte della Casa Bianca dei dazi all’importazione di due materiali strategici per la Turchia come alluminio ed acciaio (rispettivamente del 20% e del 50%) rappresentano un duro colpo al commercio internazionale di Ankara ed hanno messo sotto pressione il cambio della Lira turca sprofondata in un giorno del 15% dopo aver perso da inizio anno già metà del suo valore.

Un duro colpo per le imprese della “Sublime Porta” e per l’economia turca nel suo complesso che ha registrato negli ultimi anni un crescente incremento del deficit della bilancia dei pagamenti con l’estero ed un’inflazione che ha raggiunto il 16% in poco tempo.

Meno preoccupante invece appare l’esposizione delle banche europee in Turchia. Chi sta peggio è la spagnola Bbva che vanta investimenti in terra turca per 47,8 miliardi di euro.

Mentre appaiono meno preoccupanti le situazioni della seconda banca europea per esposizione con la Turchia, la francese Bnp Paribas, e quella dell’italiana Unicredit che controlla la turca Yapi Kredi. In quest’ultimo caso le stime degli analisti dimostrano che, anche in caso di default della banca controllata, l’impatto sui conti di Unicredit sarebbe del tutto secondario.

A poco serviranno, peraltro, gli inviti di Erdogan alla popolazione di vendere oro e valute straniere per sostenere il corso della Lira turca. Più che richiamare alla memoria – come stanno facendo gran parte dei media nostrani – gli appelli dell’“Oro alla Patria” dell’Era Fascista, appare più consono il paragone con la fallimentare operazione dell’allora Governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi che, nel vano tentativo di resistere alla speculazione internazionale mossa dal finanziarie George Soros, bruciò inutilmente nel 1992 ben 48 miliardi di riserve della banca centrale facendo svalutare la lira italiana del 30%.

Quali dunque le reali motivazioni dei rivolgimenti finanziari in Turchia?

Al di là delle apparenze corroborate dai numeri dell’economia turca, si sta muovendo sotto traccia un nuovo “Grande Gioco” geopolitico che Ankara ha ingaggiato nella speranza di riconquistare un ruolo centrale nelle relazioni internazionali.

Certamente puntando al bacino del Mediterraneo e al più vasto Medio Oriente, ma la moderna Turchia aspira anche a ripristinare l’immagine di un vero e proprio attore globale. La dimensione di mera influenza regionale è sempre andata stretta ad Erdogan e la nuova strategia di alleanze a geometria variabile gli è parsa un’opportunità da sfruttare.

Da un lato il progressivo allontanamento, dopo anni di estenuanti trattative, dall’Unione europea. Dall’altro il braccio di ferro ingaggiato dal Presidente turco con la Nato ed il conseguente riavvicinamento tra Ankara e Mosca anche dopo i torbidi retroscena legati al fallito golpe nel 2016.

La diversa posizione tra Erdogan e Trump sulle sanzioni all’Iran così come la partecipazione in chiaroscuro alla guerra in Siria e la costante preoccupazione di contenere i peshmerga curdi sono ulteriori elementi di una – a tratti – confusa strategia di bilanciamento tra interessi nazionali per la difesa dei confini e le regole di buon vicinato, tra la necessità di mantenere un saldo gradimento elettorale interno ed evitare l’isolamento internazionale.

Non solo. Sono sempre più frequenti i richiami di Erdogan ad una futura e più stretta partnership economica con Pechino dimostrata anche dalla linea di credito pari a 3,6 miliardi di dollari che la Cina ha recentemente concesso ad Ankara allo scopo di superare l’attuale situazione di crisi.

Una posizione, quella di Erdogan, che getta in imbarazzo l’Amministrazione americana, preoccupata che un membro della Nato – il più importante da un punto di vista militare nel Mediterraneo – corteggi e venga ricambiata dal suo principale competitor globale.

Ma una sponda inaspettata per la Turchia potrebbe arrivare dalla Germania dell’odiata Angela Merkel. Il quotidiano filogovernativo “Daily Sabah”, infatti, in un editoriale di venerdì 10 agosto annuncia trionfalmente la visita del Presidente Erdogan a Berlino fissata per fine settembre.

Una due giorni di incontri che, per il columnist Şeyma Nazli Gürbüz, è destinata a lasciarsi alle spalle gli attriti tra i due Paesi e a rilanciare un dialogo costruttivo per addivenire ad “nuovo periodo di strette relazioni che andrebbero a vantaggio di entrambe le parti”.

Una chiave di lettura che vede opporsi per l’ennesima volta Washington e Berlino, dopo le recenti schermaglie sulla partnership russo-tedesca legata al futuro del gasdotto “Nord Stream 2” ed in seguito all’accesa polemica derivante dall’imposizione di nuovi dazi all’importazione dei prodotti europei negli Stati Uniti.

Sullo sfondo l’incubo di un nuovo intervento in Turchia da parte del Fondo Monetario Internazionale, le cui “ricette” draconiane hanno rappresentato per Ankara una drammatica esperienza all’inizio del XXI secolo.

Un’interferenza nella politica economica turca che sarebbe mal digerita dal Presidente Erdogan e che potrebbe profilare nuovi e ben più pericolosi scenari alle porte di casa.

Daniele Lazzeri
Chairman think tank “Il Nodo di Gordio


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