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Se vuoi crescere e imparare, guarda dove i tuoi occhi non vedono.
(Antico proverbio inca)

Estate 2018 – Per la seconda volta di seguito torno in Perù. In inverno, in realtà: l’estate si abbandona tra le 15 ore di volo e le 7 ore di fuso orario.

È la promessa che ho fatto a me stessa lo scorso agosto sul volo di ritorno dalla meravigliosa Cordillera Huayuash, nel cuore delle Ande tra 6000 metri e lagune blu.

Quest’anno, niente scalate né campi tendati, complice anche un ginocchio capriccioso ed un anno fin troppo in salita.

La meta è il Machu Picchu, il cammino è lungo, sotto il cielo stellato della Via Lattea, quella che i grandi astrologi Inca studiavano riflessa nelle pozze di acqua prima di fuggire forse da una invasione da parte degli Spagnoli.

Si parte da Milano Malpensa e dopo uno scalo a São Paulo in Brasile si atterra nel cielo color latte di Lima.

La prima tappa è Paracas per poi volare sulle linee di Nazca e raggiungere la bella città coloniale di Arequipa, costruita con pietre vulcaniche bianche, con una apprezzabile vista sul vulcano di Chachani di oltre 6000 metri di altezza. È piacevole camminarvi per visitare la Plaza de Armas con la sua imponente cattedrale, il monastero di Santa Catalina, la chiesa gesuita della Compañia de Jesus e la cappella di San Ignacio, la chiesa di San Francesco ed il mercato costruito da Gustave Eiffel, che ricorda la boqueria di Barcellona.

Il viaggio prosegue nella valle del Colca, nella riserva naturale dove vivono vigogne, alpaca e lama e si raggiunge un punto panoramico per i vulcani a 4900 metri per ridiscendere nel grazioso paesino di Chevay con il suo mercatino e le sue terme, le cui acque raggiungono la temperatura di 38 gradi.

L’indomani raggiungiamo la Cruz del Condor e di condor se ne vedono davvero molti: sono animali speciali per gli Inca poiché trasportano le anime dei morti che, ricongiuntesi in terra con la “pachamama”, la madre terra, raggiungono il cielo e la Via Lattea.

Si visita il villaggio di Maca, dove provare il “san gallo”, frutto della varietà di cactus locale.

E poi da Chevay si abbandona la valle del Colca per spostarsi a Puno e visitare il lago Titikaka, il lago navigabile più alto del mondo, con le isole Uros e l’isola di Taquile.

Ancora qualche tappa intermedia prima di giungere nella bellissima Cuzco: Pucara, Paso de la Raya a 4338 metri con l’apparizione della Cordillera Vilcanota, la visita al sito di Raqchi e della chiesa seicentesca di Andahuayllas, considerata la Cappella Sistina del Sud America.

La sera Cuzco è illuminata dalle luci della collina e delle stelle; il Cristo Blanco veglia su di noi e per le sue scalinate si respira finalmente aria di montagna.

Cuzco è ricca di luoghi da visitare: il tempio di Koricancha, la Plaza de Armas e la cattedrale, il sito di Sacsayhuaman, Quenco e Tambo Machay.

Ed, ecco, il gran finale: la salita alla montagna gemella della rainbow mountain, la montaña de 7 colores di circa 5070 metri di altezza, sotto un cielo blu e con la neve caduta la notte precedente.

E dopo la scoperta della Valle Sagrada, a Ollantayambo un trenino blu ti trasporta ad Aguas Calientes, dove fa capolino la foresta amazzonica.

La ricompensa per una levataccia sotto il diluvio è una Machu Picchu, deserta e per questo ancora più magica. La pioggia lascia lo spazio dapprima alla nebbia che poi si dirada per accogliere le prime luci di una alba spettacolare, in cui essere colti da un rapimento estatico; seguono la salita alla Montaña Machu Picchu e l’irrinunciabile timbro sul passaporto all’uscita.

Un boccone ad Aguas Calientes prima di riprendere il trenino per Poroy per rientrare a Cuzco per l’ultima deliziosa cenetta da Green’s Organic e brindare alla vacanza con una cuzqueña. Il giorno seguente attende con la valigia piena di colorati souvenirs una tripletta di voli: interno (Cuzco-Lima), intercontinentale (Lima-Barcellona) e internazionale (Barcellona-Milano).

Sono partita con un borsone in spalla, percorrendo migliaia di chilometri in bus e scendendo ad ogni fermata con la nostalgica illusione di rincontrare l’ombra di quello che ero, che era o che sarà.

Sono andata alla ricerca di qualcosa che emozionasse i miei occhi ed il mio cuore, tra pueblos e panorami ogni volta diversi. Ho visto vigogne, alpaca e lama, condor, fenicotteri e leoni marini, sono venuta a contatto con la gente del posto.

Difficile trovare pace e silenzio tra la folla di turisti che invade questi luoghi ad agosto. L’animale peggiore: l’uomo civilizzato. Ho viaggiato per ritrovare il mio cammino, me stessa e un senso a questa vita. Torno con la consapevolezza di non possedere niente, di non essere niente e con uno zaino vuoto da riempire di sogni, emozioni, affetti, passi e meraviglia.

La cucina peruviana. Alla cucina peruviana va dedicato un intero paragrafo, che merita per le sue prelibatezze.

Iniziamo a parlare di Chicha, bevanda alcolica che si ottiene dalla fermentazione del mais, che cresce copioso in Perù, bevuta dai contadini dopo il duro lavoro nei campi. La sua versione analcolica è la Chicha morada, un succo estratto da una varietà di mais violacea che viene fatto bollire insieme al succo di ananas e di mela. La versione originale, già dolce di per sé, non ha l’aggiunta di ulteriore zucchero ed è ricca di proprietà salutari.

Ma Chicha è anche il famoso ristorante dello stellato Chef, Gaston Arcurio, a Lima, Arequipa e in Cusco, dove potrete assaporare i piatti della tradizione peruviana rivisitati con gusto ed eleganza e trovare un servizio impeccabile e d’eccellenza.

Il prezzo è il triplo rispetto agli altri locali in Perù, in cui si può cenare a 5 euro (circa 20 soles), ma per la qualità che offre costa comunque meno della metà dei ristoranti di medio livello europei. Ho provato Chicha ad Arequipa, dove ho gustato un’ottima “trucha” (trota) con tabulé di quinoa e verdurine saltate.

Rimanendo in tema bevande, oltre alla Chicha, non si può non parlare di Pisco Sour, il cocktail più conosciuto del Perù e fatto con il Pisco, distillato d’uva, bitter, succo di limone, albume e zucchero.

Se devo però scegliere una bevanda alcolica per brindare, io non ho dubbi e scelgo la Cuzqueña, birra prodotta a Cuzco con l’acqua della Valle Sagrada.

Per quanto riguarda gli infusi, i più celebri sono il mate de coca (con le foglie di coca, che qui si ha usanza anche di masticare e la cui tradizione attribuirebbe un particolare rimedio all’alta quota), il mate de muña, pianta simile alla menta dalle ottime proprietà digestive così come la hierba luisa, ed il mate inca infuso di un mix di piante e foglie.

Una delizia è la molteplicità di succhi di frutta freschi, gli “jugos” in particolare di piña (ananas) e papaya, da richiedere sin azucar (lo zucchero è aggiunto solo per i turisti).

Passando al cibo, il Perù è ricco di frutta, verdura e cereali e può essere tranquillamente definito il regno di vegani e vegetariani. Sono molto attenti a questi regimi alimentari, anche se i peruviani, avendo sofferto per molto tempo la fame, non ne capiscono fin in fondo le ragioni. Certamente non mancheranno piatti ricchi di mais, patate (o “papas“, piatto tipico è la “papa reina“) di cui coltivano oltre 3000 varietà, quinoa (ottima la “sopa” o zuppa di quinoa) e riso, avocado (o “palta“), pomodori, cetrioli,…

Passando alla carne, uno dei piatti tipici sono le “aji de gallina“, al pari del “lomo saltado“. Si trova anche la carne di alpaca, spesso cucinata semplicemente alla griglia. Famoso e molto decantato il “cuy” , maialino di piccole dimensioni, che con una certa impressione viene venduto anche per strada infilzato ad uno spiedo. Pare sia particolarmente ricco di proteine e omega 3 e, secondo recenti ricerche, particolarmente indicato a persone in chemioterapia.

Non mancano piatti di pesce, come la “ceviche“, pesce crudo marinato, e la trota arcobaleno importata dal Canada e di cui sono ricchi laghi e torrenti, tra cui lo stesso lago Titikaka, cucinata a vapore o grigliata.

Non sono fortissimi sui dolci, disponendo di una grandissima varietà di frutta, ma certamente è da provare il loro tipico “queso helado“, formaggio gelato che vendono per strada.


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