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L’8 ottobre si è celebrato, in Argentina, l’anniversario della nascita dell’indimenticato Presidente socialista Juan Domingo Peron (8 ottobre 1895), fondatore del giustizialismo: un socialismo di matrice nazionale e democratica, che rese il Paese economicamente indipendente e socialmente prospero, sin tanto che non fu costretto all’esilio da un colpo di Stato militare, sostenuto anche dagli USA.

Il 9 ottobre si è celebrato l’anniversario della morte dell’eroe argentino Ernesto “Che” Guevara (9 ottobre 1967), ucciso in Bolivia su mandato della CIA.

Entrambi pagarono per le loro politiche e idee invise al capitalismo statunitense ed al Fondo Monetario Internazionale, ma entrambi sono rimasti nel cuore di tutti i sinceri democratici e socialisti latinoamericani e non solo.

Anche a Peron e Guevara si ispirano, infatti, tutte le correnti del Socialismo del XXI Secolo che hanno governato in America Latina dagli Anni ’90 ad oggi, emancipandola socialmente, economicamente, ponendo il popolo al centro di un progetto politico partecipativo e inclusivo.

Correnti che resistono a Cuba con il comunista Manuel Diaz-Canel; resistono in Venezuela, ove il chavista Nicolas Maduro è riuscito a sventare il tentativo di golpe liberale sostenuto dagli USA; resistono in Nicaragua con il sandinista Daniel Ortega, anch’egli riuscito a mettere all’angolo i golpisti filo capitalisti; resistono in Messico con il nazionalista di sinistra Andres Obrador, eletto nel 2018; resistono nella Bolivia del socialista Evo Morales, ricandidato anche alle imminenti elezioni del 20 ottobre (i sondaggi lo danno in vantaggio con oltre il 40% dei consensi) e resistono in Uruguay, ove il candidato socialista del Frente Amplio – Deniel Martinez – è in testa nei sondaggi con il 30% dei consensi in vista delle elezioni del 27 ottobre, battendo il liberale Partido Colorado fermo al 23%

In Argentina, diversamente, il peronismo (presentandosi diviso in ben tre liste contrapposte fra loro) è stato sconfitto nel 2015 – al secondo turno – per una manciata di voti dal liberale Macri. Quel Macri che sta distruggendo il Paese, indebitandolo e martoriandolo con misure di austerità in favore delle politiche del Fondo Monetario Internazionale. Ma alle elezioni del 27 ottobre, secondo i sondaggi, sembra in vantaggio – di ben circa 20 punti – il candidato peronista unitario Alberto Fernandez.

Il Brasile, invece, è passato dai socialisti di Lula e di Dilma Roussef – accusati ingiustamente di corruzione – nelle mani del liberale Bolsonaro, che – dall’anno scorso – sta distruggendo il Paese non solo sotto il profilo sociale, ma finanche ambientale, favorendo la deforestazione dell’Amazzonia.

In Ecuador, come se non bastasse, la situazione sta precipitando. Dopo il voltafaccia del Presidente Lenin Moreno – eletto nelle file socialiste nel 2017 e poi passato ad attuare politiche liberali e di macelleria sociale e destituendo e sconfessando i suoi ex sostenitori socialisti (Rafael Correa, Jorge Glas, Ricardo Patino) – in questi giorni il Paese si trova nel caos.

Moreno ha infatti introdotto un pacchetto di misure di austerità che ha fatto ribollire la piazza. Un pacchetto di misure simili a quelle introdotte da Macron in Francia e che ha fatto scatenare le proteste dei Gilet Gialli. Misure che prevedono: l’aumento del prezzo del carburante di oltre il 100%, l’aumento del prezzo di beni e servizi; la riduzione delle ferie pagate da 30 a 15 giorni; una riduzione del 20% dello stipendio per i dipendenti pubblici; un piano di privatizzazioni e una diminuzione dei contributi pensionistici a fronte di una conseguente riduzione delle pensioni.

Manifestazioni, blocchi stradali e persino l’occupazione del parlamento da parte dei manifestanti, i quali hanno così proclamato il “Parlamento del Popolo”, costringendo Lenin Moreno alla fuga dalla capitale Quito alla città costiera di Guayaquil, bastione tradizionalmente conservatore e ancora non troppo colpito dalle proteste.

A guidare in particolare le proteste ci sono sia il movimento nazionale degli indigeni dell’Ecuador (CONAIE) che i sostenitori dell’ex Presidente socialista Rafael Correa, oltre che numerosi lavoratori, studenti ed ecologisti.

L’America Latina del Socialismo del XXI Secolo chiede dunque, ancora una volta, il suo riscatto. Come ai tempi di Peron, di Guevara, di Sandino, di Chavez e del nostro Giuseppe Garibaldi, che combatté prima di costoro – ispirandoli – per un’America Latina libera dagli oppressori. Così come tentò di fare anche in Italia e in Europa.

Un’Italia e un’Europa che, purtroppo, da diversi decenni, hanno drammaticamente fatto molti, troppi passi indietro…sulla via di una china liberal-capitalista alternativa rispetto alle necessità ed alle volontà dei popoli e dei poveri, i quali chiedono sovranità, politiche sociali, democrazia inclusiva. Che sono peraltro i fondamenti del socialismo.


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