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Sin dall’inizio del governo neoliberista di Macri è risultata evidente l’intenzione di vincolare l’economia argentina con il flusso dei mercati internazionali.

La dollarizzazione delle tariffe dei servizi pubblici, la deregolazione del mercato cambiario, la defiscalizzazione a favore dei grandi esportatori di materie prime, il condono fiscale sui capitali argentini all’estero e il chiaro tentativo della Banca Centrale (BCRA) di rendere il dollaro moneta di transazione economica abolendo qualsiasi tipo di restrizione sulle operazioni di compravendita, sono una serie di misure che hanno portato ad un aumento dell’inflazione pari al 100% e ad un aumento del tipo di cambio pari al 150% (nel 2015 il rapporto pesos dollaro era di 1 a 10 oggi è di 1 a 25) fagocitando la moneta nazionale in un sistema finanziario-speculativo ad un tasso d’interesse assurdo superiore al 40%.

Di questo passo si stima per il 2018 una riduzione del rapporto tra il PIL e moneta nazionale del 5%.
Come era già successo in passato, agli inizi e sul finire degli anni ottanta, durante il primo mandato di Menem negli anni novanta e, soprattutto, con il default del 2001 un sistema che si appoggia sui prestiti contratti dal settore pubblico e sui capitali speculativi attratti da facili guadagni rappresenta solo uno specchio per le allodole, mentre la fuga di capitali e la svalutazione della moneta nazionale stanno provocando per l’ennesima volta il consolidamento di un’economia bimonetaria.

Come nel 2001, infatti, si presenta lo spauracchio della dollarizzazione dell’economia come palliativo per risolvere l’attuale crisi.

Non è un caso che di recente il governo abbia interpellato l’ex ministro dell’economia Cavallo, apparso peraltro come ospite in diverse trasmissioni televisive in qualità di analista dell’attuale crisi economica.

Dollarizzare nuovamente l’economia comporterebbe da un punto di vista tecnico una svalutazione del pesos di più del 100% pari ad una convertibilità di 52 pesos per dollaro! Anche un “appoggio” che si sta accordando col FMI pari a 20000 milioni di dollari e che rifocillerebbe le casse della BCRA e una svalutazione del 30% del pesos porterebbero, comunque, ad un cambio pari a 32 pesos per dollaro.

Un altro elemento favorevole a questa possibilità è il potenziale rientro nel paese di un’enorme massa di capitali, circa 123.000 milioni di dollari, presenti all’estero e che verrebbero attratti da un dollaro come unica moneta di circolazione in quanto verrebbe meno il rischio di svalutazione.

Inutile dire quali potrebbero essere le conseguenze di un tale provvedimento per salari e pensioni, uniche variabili ancorate al pesos argentino.
Una decisione del genere rappresenterebbe il tassello mancante verso la definitiva perdita della sovranità nazionale nei confronti di un mondo sempre più agguerrito, in cui le risorse naturali ed un sistema che protegga il proprio mercato del lavoro sono moneta sonante per la sopravvivenza di un paese.


Le opinioni dei lettori
  1. Gerardo Luini   On   24 maggio 2018 at 18:37

    Me queda más cómodo pensar que esta nota es un eslabón más de la campaña del miedo… O será que los argentinos deberíamos despertarnos de esta ya larga siesta?

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