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Che ci sarà mai da vedere oltre la sabbia?
Solita domanda che ti pone chi, nel deserto, in quello vero, non c’è mai stato. La Libia, di deserto, di quello vero, ne regalava abbondantemente. Prima di cadere in disgrazia. Ma questo è l’Oman.

Difficile tramutare in parole quel senso di pienezza che invade la mente in questo vuoto terrestre. Difficile spiegare il respiro che si mozza quando la stellata notturna incombe su noi al termine del giorno. Difficile descrivere le aspettative che orientano di duna in duna, spingendo ora in alto,ora più lontano, verso un orizzonte che insegue, perseguita, come un miraggio ipnotico. Difficile trasferire il silenzio che sovrasta e abbraccia in una morsa assordante invadendo orecchie, poi anima e cervello.

Sabbia cangiante con la latitudine e le ore del giorno. Color talco, poi ocra, a tratti rossa, la sera, mi pare addirittura, viola. Dune pettinate, accarezzate da un vento che ne spolvera le superfici cambiandone le forme in maniera impercettibile ma inarrestabile. Qualche cammello nero allo stato brado vaga a valle, e ci si domanda come viva, senza acqua, con solo poche foglioline secche attaccate ad arbusti superstiti.

Eppure la mattina, quando si emerge dalla propria tenda un pò acciaccati e con la schiena insaccata, si osserva sul terreno una quantità di orme. Per alcuni forse un pò inquietante. Per me rassicurante. C’è vita in questo grande vuoto. Orme di topolini dagli occhi grandi, i gerbilli. Orme di locuste e scarabei. Scie di piccoli serpentelli. Tracce di minuscole zampette, forse di ragno.

Si va nel deserto per vedere il sole che spunta, sale e poi ridiscende. Per tastare con mano l’ineluttabilità del trascorrere del tempo, delle ore, dei momenti. Con la sabbia che scorre tra le dita, scorre la nostra vita. Le nostre ore. I momenti che ci sono concessi qui.

Il cielo, bianco latte al mattino, si tinge di un blu profondo di giorno e verso sera arrossisce, si fa di brace, poi si spegne. Torna il nero della notte. Assoluto. Un nero trapuntato di stelle. Un nero con una speranza.

Ti corichi e guardi. La mente, per forza di cose, si incaglia nelle grandi domande che da sempre l’uomo si pone. Non trovi risposte, ovviamente. Ma tutto rallenta. Il diaframma si espande, il respiro si normalizza. La civiltà è lontana e, sembra, in un momento di grazia fugace, di avere capito delle cose.


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