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I dialoghi di pace tra il governo sandinista di Daniel Ortega e sua moglie, la vicepresidente Rosario Murillo, e le opposizioni riunite nell’Alleanza civica per la giustizia e la democrazia apertisi il 27 febbraio a Managua, capitale della nazione centroamericana, si sono già interrotti.

La coalizione antisandinista aveva, infatti, preteso la liberazione di tutti i detenuti comuni arrestati nel corso delle manifestazioni antigovernative dello scorso anno per portare avanti una tabella di marcia condivisa. La liberazione di oltre cento dei suddetti detenuti non è bastata agli oppositori. Proprio come l’opposizione antichavista in Venezuela, anche in Nicaragua l’intento appare chiaro, evitare il confronto elettorale da diverse tornate elettorali a questa parte molto rischioso e puntare tutto su un intervento armato degli Stati Uniti.

Anche il recente voto che ha coinvolto la costa caraibica dello Stato centroamericano, tradizionalmente difficile per il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSNL), ha visto trionfare il movimento di Ortega con il 55% dei consensi. Alla luce dell’ennesima sconfitta elettorale appena patita, le opposizioni hanno spinto per l’introduzione delle sanzioni contro il proprio stesso Paese da parte del gigante nordamericano. E’ questo l’intento del Nica Act con cui l’amministrazione della Casa Bianca spera di replicare quanto sta avvenendo negli ultimi mesi in Venezuela ovvero affamare la popolazione per spingerla a manifestare contro il legittimo governo.

La naturale scadenza elettorale posta per il 2021 è lontana e senza aiuti esterni il fronte antisandinista non sembra avere le carte in regola per mettere in difficoltà lo storico leader populista al governo.


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