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È sotto gli occhi di tutti il terribile dramma che affligge il Libano: una mega esplosione avvenuta nel porto di Beirut, capace di portare distruzione totale, danni materiali notevoli, morti e feriti per un raggio di 20km circa dalla stessa area portuale, praticamente rasa al suolo.
All’origine di ciò v’è un’improvvisa reazione esplosiva, innescatasi in uno storage di circa 3 tonnellate di nitrato ammonio, in commercio come fertilizzante, e di munizioni militari tenute nascoste in loco per anni, a detta dell’ex CIA Robert Baert (fonte RaiNews24).
Un Paese al collasso, già messo alla dura prova da decenni di interminabili conflitti regionali, instabilità politica cronica, una crisi stagflativa e recessiva senza precedenti.
Le potenze mondiali ricorrono già alla cosiddetta “diplomazia umanitaria”: Francia, USA, Iran, Russia, Cina, Israele e Turchia si mobilitano per garantire personale sanitario, denaro e viveri a una città martoriata e tagliata fuori dalle comunicazioni marittime. Presente anche l’Italia, che sin qui accusa diversi feriti e si dice pronta a inviare equipaggio e materiale sanitario in aiuto alla popolazione, così come supporto ai soldati nazionali della missione UNIFIL, come anche suggerito dall’ex capo della Farnesina Franco Fratini ai microfoni di AdnKronos. Immediate sono le dichiarazioni di solidarietà e collaborazione da parte del governo di Roma, seppur con qualche evidente scivolone pubblico in merito alla posizione geografica di Beirut.
Un porto, quello di Tripoli-Beirut, tra i più importanti nel Mediterraneo orientale, uno snodo cruciale tanto nel commercio quanto negli equilibri energetici dell’area: un’importanza strategica sancita dal ruolo importante che esso dovrebbe giocare nello String of Pearls cinese, poiché ritenuto una valida e praticabile alternativa a Suez dalla company COSCO, e ugualmente nevralgico nelle rivendicazioni libanesi dei giacimenti energetici offshore EastMed, nuovo seme della discordia tra i paesi antistanti.
Un’arteria vitale per l’economia nazionale, ormai seriamente compromessa, sulla cui ricostruzione potrebbero intravedersi scenari internazionali simili a quelli della ricostruzione siriana: la corsa internazionale al sostegno economico e logistico a Beirut. A proposito di ciò, è da monitorare attentamente il contributo che l’UE saprà offrire d’ora in avanti e il ruolo che essa vorrà giocare in un Paese tanto importante per gli interessi comunitari e la stabilizzazione regionale, se in netta contro-tendenza oppure no rispetto all’anonimato mantenuto nel conflitto in Siria.
E altrettanto sullo sfondo, la guerra per procura tra Israele e Iran: stretto tra l’influenza della “Mezzaluna Sciita”, a causa del notevole consenso elettorale riscosso da Hezbollah e la pressione politica che esso esercita dentro e fuori i confini nazionali come milizia politica vicina all’asse Teheran-Damasco, e la sua vicinanza geografica a Israele, da decenni interessato ad avere un Libano non minaccioso per la propria sicurezza, il Paese dei Cedri è più che mai a un bivio esistenziale.
S’intravedono all’orizzonte le nubi del collasso economico e sociale, dopo già un primo default dichiarato a marzo dal primo ministro Hassan Diab e oltre 1\3 della popolazione senza un’occupazione. In più, un sistema politico, frutto di compromessi politici ed etnici siglati nel cosiddetto “Patto Nazionale”, capace di garantire decenni di stabilità politica ma oramai, tra corruzione e mancato rinnovamento dell’establishment, giunto al suo epilogo: il dramma della radicalizzazione politica, della violenza interetnica e dell’emigrazione potrebbe non essere improbabile.
E infine le sorti del Medio Oriente, sospeso tra l’essere nuovamente teatro di conflitti per procura, se non manifesti, e terra di conquista e competizione internazionale, oppure lentamente indirizzato verso un’auspicabile stagione di multilateralismo e pacificazione diplomatica, già in corso grazie alla progressiva normalizzazione diplomatica tra Israele e buona parte dei paesi arabi, soprattutto del Golfo.


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