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Dal 24 settembre e per trentasei ore l’Argentina è in sciopero per dire basta alle politiche del governo, all’accordo con il FMI e all’intenzione di farlo approvare nella prossima legge di bilancio.

La CTA (Confederazione dei lavoratori argentini), parte della CGT (Confederazione generale del lavoro), i movimenti sociali e dell’economia popolare rappresentano l’ampio corpo di delegittiamazione della politica “ufficialista” e una probabile base dalla quale ripartire per un’eventuale ricostruzione di un paese devastato dal Cavallo di Troia del governo Cambiemos.

Mentre migliaia di argentini impoveriti e spossati dall’austerity imposta dal governo e dal FMI- due entità la cui separazione è sempre più difficile sostenere – Mr. president Macri sciorinava un elegante inglese (a volte più comprensibile della stentorea retorica “porteña“) davanti alle telecamere della TV neworkese Bloomberg nel tentativo di ispirare fiducia ai mercati e rinnovare l’accordo col FMI, dichiarando testualmente: “non c’è nessuna possibilità che l’Argentina entri in default“.

Una dichiarazione sulla quale non possiamo trascendere: da quasi tre anni a questa parte tutto ciò che viene detto da Macri e dal suo governo se viene preso al contrario rappresenta la realtà dei fatti.

Una rinnovata fiducia nei confronti del mondo della speculazione che l’Argentina sta riconquistando non solo attraverso la retorica dell’anglofono presidente, ma anche attraverso quel sistema di carry trade riattivato dall’emissione dei buoni Lecap, buoni emessi la settimana scorsa dal ministero dell’economia e del tesoro e che hanno richiamato dall’estero circa 1000 milioni di dollari usciti dal paese circa 4 mesi fa in concomitanza dell’innalzamento del tasso d’interesse negli Stati Uniti, e che garantiscono un tasso del 4% mensile e del 50% annuo.

Misure e retorica che lasciano il tempo che trovano in un paese in cui è l’instabilità a farla da padrone: mentre scrivo queste righe la televisione sta dando la notizia della rinuncia, dopo soli tre mesi, del presidente della Banca Centrale, Luis Caputo.

Un’instabilità che agevola la speculazione di pochi e che mette in ginocchio la maggioranza di una popolazione che viene castigata per pagare a malapena gli interessi di un debito contratto per agevolare la fuga di capitali all’estero.


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