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La Turchia, dopo le elezioni del 24 giugno, s’appresta a superare il kemalismo: la Yeni Türkiye ottomana inizia così a prendere forma, sotto gli auspici del lupo e della mezzaluna imperiali.

Il Panel conclusivo della quattro giorni geopolitica de “Il Nodo di Gordio” ha come protagonista il Mediterraneo, analizzato seguendo l’asse che corre da Roma ad Ankara, o più simbolicamente Istanbul, quindi lungo la direttrice imperiale che va dalla prima alla seconda Roma.

Più precisamente, cuore del dibattito è stato il cursus di profondo cambiamento politico-istituzionale avviato dalla Turchia di Erdoğan e dell’AKP, veri e propri demiurghi di questa grande trasformazione.

La discussione ha visto la partecipazione di Carlo Marsili, ambasciatore in Turchia dal 2004 al 2010; Valeria Giannotta, accademica italiana esperta in Politica Turca; Fabio Grassi, ricercatore di Storia dell’Europa Orientale, dell’Eurasia e di Turcologia presso “La Sapienza”; Pippo Trezza, documentarista del Senato e membro OSCE.

La Sublime Porta non è mai realmente crollata!”, verrebbe da dire ascoltando le analisi dei relatori: nonostante la rivoluzione kemalista delle “altı ok” e la fondazione della repubblica turca nel 1923, il profondo Geist turco si riconosce imperiale e islamico, ecumenico ed eurasiatico. Insomma, un popolo, quello turco, che spazialmente si proietta dal Maghreb all’Uiguristan, attraverso le sterminate e vergini lande centrasiatiche che furono patria primigenia dei primissimi popoli turcici, avi turanici.

Si parla di uno spirito che, tradizionalmente, ha sempre in-formato la parte concupiscibile dell’èthnos anatolico il quale, da quasi due decenni oramai, s’identifica in un leader, Recep Tayyip Erdoğan, riconosciuto largamente come Reis-Pashà veramente capace di attuare la “Renovatio Imperii” ottomana.

È un paese, la Turchia, diviso geograficamente tra un occidente proiettato verso l’Europa continentale e un ventre anatolico rurale che cerca d’irradiarsi verso l’Heartland turanico-eurasiatico e il Medio Oriente, quindi culturalmente spaccato tra tentazione occidental-progressista (anche nella variante religiosa, diffusa dalle cemaat güleniste) e islamismo reazionario: tale è l’identità storica d’un paese cerniera tra Europa e Asia.

Un popolo, certamente, da sempre incerto su quale strada percorrere e quale destino compiere, su cui incombe la spada di Damocle del kemalismo e dell’archetipo statale laico e repubblicano, custoditi lealmente dall’auctoritas pubblica, vero e proprio katechòn al progetto di trasformazione socio-culturale in senso islamico: burocrazia, magistratura ed esercito, infatti, sono state le “conditiones sine quae non” per mantenere la rivoluzione permanente sinora.

L’AKP, però, ha saputo stravolgere il paradigma dominante, complice anche la disaffezione popolare verso le frecce atatürkiste, e cerca adesso, dopo la data cruciale del 24 giugno, di dare l’imprimatur decisivo alla costruzione della democrazia islamista, dello Stato dei “Pii Turchi”, della comunità nazionale retta sui pilastri coranico-teologici delle scuole Himam Hatip.

Da cui, le Tariqah come centri di formazione culturale della classe dirigente nazionale (come Erdoğan, formatosi in una scuola imamamita); la “Türk-İslam sentezi”, nuovo collante ideologico nazionalpopolare e teocratico, post-etnocentrico nonché fortemente statalista e cesarista; il Diyanet, sotto gl’influssi ideologici della fratellanza musulmana e del Millî Görüş erbakaniano, come cardine del Nuovo Stato e Sole da cui parte l’irradiazione islamica verso la società e quella geopolitica verso il Medio Oriente, la MittelEuropa, la MittelAsia.

Ed è proprio sulla politica estera che il neo-ottomanismo sprigiona tutto il suo potenziale geopolitico, essendo ideologicamente intriso sia della propulsione macronazionalista panturanica ed eurasiatista sia di quella panislamica e anti-occidentale.

Proprio sull’ultimo punto occorre soffermarsi: la tradizione kemalista ha voluto infatti che la Turchia fosse uno Stato indipendente ma modellato su archetipo occidentale, mentre oggi alcuni dati snocciolati dall’ambasciatore Marsili mostrano una nazione turca che si sente letteralmente accerchiata dai “crociati” occidentali e desiderosa di svoltare diplomaticamente, ad est, e geostrategicamente, a sud e a ovest, spazi vitali turchi. E nonostante tale americanofobia ed eurofobia l’Italia, in linea con la propria tradizione diplomatica e al contrario delle maggiori cancellerie europee, tuttora conserva una buona partnership con Ankara sia per la comune appartenenza alla dimensione mediterranea sia per i profondi legami storico-culturali che, soprattutto, per la fedeltà italiana alla linea favorevole all’ingresso turco nell’UE, dai più avversato e ormai alquanto improbabile.


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