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Nel bel mezzo della tempesta finanziaria (quella sì, preoccupante e dagli sviluppi tutt’altro che prevedibili) che sta investendo la Lira turca, in Italia prosegue quella che pare ormai diventata essere un’abitudine estiva: pubblicare articoli di giornale che raccontano una Turchia ben distante da quella che è la realtà.

Uno degli ultimi è di qualche giorno fa su «La Stampa» e ha un titolo titolo che è tutto un programma: «Stangata sull’alcol e minacce. La Turchia contro chi beve».

L’articolo mi è stato segnalato da un’amica che conosce la mia passione per il Paese e per la sua democrazia. E, con tutta probabilità, la mia amica, mentre mi spediva il link al pezzo, già immaginava quale sarebbe stata la mia reazione.

Sì, perché già solo il titolo lascia poco spazio all’immaginazione e potrebbe avere un effetto terrificante su chi volesse visitare la Turchia: leggendo le quattro colonne del sopracitato titolo si ha subito la sensazione di leggere la descrizione di un Paese in cui bere sia proibito o quasi. Che non sia ancora in vigore la sharia, la legge coranica, certo, ma che di fatto le regole siano ferree e restrittive.

Purtroppo ci troviamo di nuovo di fronte a un miscuglio di superficialità, imprecisioni, raccontate oltretutto così così e soprattutto di luoghi comuni che non hanno nulla a che vedere con la cronaca, ma che ricordano molto l’ormai stantia propaganda antiturca e islamofoba che infesta la stragrande maggioranza dei media italici.

A leggere il pezzo sembrerebbe quasi che chi l’ha scritto, in Turchia, non ci sia davvero mai stato. Invece è il contrario, e questo fa riflettere.

Qualche chiccha: nel pezzo si sostiene che il culmine della lotta ufficiale all’alcol si è avuto quando sono entrate in vigore una serie di misure volte a disincentivarne l’acquisto. Si cita la famosa legge di 3-4 anni fa che vieta la vendita delle bevande alcoliche da asporto dalle 22 alle 6 del mattino.

Questo è un caso di scuola di come si può – scrivendo una cosa oggettivamente vera – mistificare allo stesso tempo la realtà.

Nelle principali città turche, infatti, una delle attività commerciali più diffuse sono i “büfe“, negozietti di pochi metri quadrati o chioschi che vendono di tutto, tra cui anche bevande alcoliche già fredde di frigo.

Ora, la legge effettivamente vieta da qualche anno ai “büfe” (e a tutti i locali che vendevano per asporto) il commercio di alcolici in quella determinata fascia oraria, ma in tutti i locali, pub e ristoranti si può consumare alcol a tutte le ore e fino a crepare.

Quindi nessuna “proibizione” ma:

1 – un problema di ordine pubblico;

2 – Un problema di concorrenza, perché al “büfe” i prezzi son decisamente inferiori, quasi da supermercato e ovviamente siccome ce ne sono tantissimi i locali venivano danneggiati e si incazzavano non poco.

Simili ordinanze sul divieto di vendita di alcolici da asporto dopo una certa ora sono state peraltro adottate in realtà non certo islamizzate come Milano e proprio Torino (ricordate le polemiche dello scorso anno?).

Non solo: frequentando alcune delle principali città turche da quasi 10 anni per lunghi periodi dell’anno posso raccontarvi che anni fa la domenica (giorno sacro e di festa, equiparato da Ataturk al venerdì islamico per uniformare la Turchia all’Occidente) era consuetudine non vendere alcol nei locali pubblici tanto che i tanti locali specializzati nella somministrazione di alcolici, tipo i pub, restavano chiusi. Da tre anni almeno non è più così, e la domenica si beve come tutti gli altri giorni.

Fantastico poi il racconto delle “minacce” ai ristoratori dell’isolotto di Istanbul. Abilmente l’autore, dimostrando ottime doti narrative, pur non inserendo alcun riferimento diretto, glissa con grande maestria sul fatto che quelle lettere NON erano state spedite dal governo o dalla Città, ma da qualche soggetto talmente evoluto che le ha addirittura scritte a mano….

E ancora, di che minacce stiamo parlando? Minacce di morte? No, minacce per quanto accadrebbe semmai dopo la morte… in quanto in quelle lettere veniva soltanto ricordato, citando il Corano, che chi beve è soggetto alla “dannazione eterna”. Roba da non dormire di notte eh…

Per chiudere in bellezza l’autore pone anche un problema di sicurezza alimentare. La tesi, in buona sostanza è: siccome sarebbe in vigore una sorta di “stretta” sui produttori, aumenta il mercato nero (e qui davvero siamo all’inverosimile) e gli ospedali turchi sarebbero pieni di gente avvelenata da quesi prodotti contraffatti.

A parte che un italiano, dopo lo scandalo del vino al metanolo anche se è passato tanto tempo dovrebbe avere il pudore di tacere. Ciò detto, è verissimo che essendo certi distillati piuttosto cari (ma non solo in Turchia, ovviamente, provate a vedere quanto costa in Italia un buon Gin o un buon Rum…) c’è il rischio, in Paesi in cui la capacità di spesa della popolazione non è altissima, che a qualche delinquente venga in mente di lucrare spacciando prodotti contraffatti. Ma questo rischio non esiste, si azzera praticamente, se si acquistano i prodotti nei canali ufficiali (locali, negozi, “büfe”, supermercati ecc…) e non da personaggi di dubbia provenienza o in luoghi non appropriati, come i mercati abusivi. E poi andrebbe detto che questo fenomeno (piuttosto raro, peraltro, in Turchia si può dire serenamente che si beve in sicurezza, basta evitare di rifornirsi dove non si deve…) riguarda tante realtà in cui si tenta di massimizzare i profitti con la politica del “low cost. Quella sì che è pericolosa. E’ dello scorso anno la storia di una turista rimasta cieca a causa di un’intossicazione da metanolo. Non nella “pericolosissima” Turchia, ma nell’europeissima Grecia…

Dulcis in fundo, un dato che fa capire quanto sia realistica quella che il nostro acuto osservatore della Turchia definisce un’aria di “proibizionismo esasperato“. Beh, a parte che in tutti i ristoranti tradizionali è usanza che il Raki (gradazione minima 40°…) te lo mettano di default sul tavolo e semmai sei tu che se non lo gradisci lo rimandi indietro, tra lo stupore dei camerieri, va ricordato che – a proposito di produttori che scappano – la Tuborg ha recentemente investito camionate di danaro in stabilimenti birrari in Turchia e una delle imprese più floride del Paese è la Efes, sponsor di parecchie squadre sportive di primo livello e produttrice proprio di birra (peraltro ultimamente si sta cimentando in nuove tipologie, come la Pale Ale e altre birre particolari).

Ma le cose non vere vanno smentite con i fatti.

Nella Turchia di Erogan, oggi, si può bere praticamente dovunque e quanto si vuole, che non c’è nessun proibizionismo e alle donne non è imposto alcun abbigliamento castigato. Chi vuole va in giro velata, chi vuole scollacciata peggio che a Rimini sul lungomare. E questo non nei villaggi turistici (non ne ho mai visitato uno, non potrei dire) ma nelle principali città, dove l’integrazione fra la popolazione osservante e quella laica è totale e dove non è raro incontrare nei locali gruppi di ragazze che passano la serata in amicizia, alcune delle quali velate ed altre in abiti occidentali e capelli sciolti. Chi vuol bersi una birra se la beve, chi non vuole opta per una limonata e chiusa lì.

Ma siccome chi ha vinto le elezioni evidentemente non piace a un certo establishment culturale allora bisogna scrivere che la Turchia è «contro chi beve».

Pazienza, ce ne faremo una ragione anche noi, mentre scriviamo qui, nel centro storico di Antalya, profondo Sud della Turchia, davanti a mezzo litro di un’ottima Efes Malt.


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