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Tra i dibattiti attuali più effervescenti vi è quello del rapporto tra la donna e l’Islam. La cultura di una società è costituita dai suoi costumi, dalle tradizioni, dalle credenze e dal comportamento dei suoi membri.

Quindi, la cultura di una scuola di pensiero è costituita dai suoi principi, dal suo credo e dalle azioni dei suoi membri fondatori. Pertanto, se si volesse studiare una particolare scuola di pensiero, occorre riferirsi a ciò che i suoi fondatori dicono.

Per comprendere il ruolo della donna nella cultura Islamica, occorre studiare quello che l’Islam e le sue guide religiose affermano a questo riguardo. Quasi duecento versetti del Santo Corano si occupano di status, ruolo e responsabilità della donna negli aspetti individuali, familiari e sociali.

Secondo il Corano, uomini e donne hanno uguali diritti sebbene, per certe questioni, tali diritti possano sembrare dissimili. La Legge Divina considera infatti che uomo e donna, pur ugualmente “umani” e con lo stesso fine nella Creazione, abbiano specifiche e peculiari esigenze ed attitudini.

Almeno quindici punti rivelano tale approccio equilibrato, dimostrando come l’Islam non lasci spazio alcuno alla discriminazione sessuale.

Ma la realtà giuridica del rapporto tra donna, discriminazione e parità di genere in innumerevoli paesi islamici resta davvero problematica. Come ben descritto dalla professoressa Stefany Estephan durante una lezione alla Lumsa Università per il Corso “Mediterraneo e Medio Oriente Oggi: problemi e prospettive”, dal punto di vista dei rapporti personali lo stato di subordinazione della donna musulmana non cessa mai durante la sua vita, bensì cambiano semplicemente le persone alle quali essa è soggetta (prima del matrimonio al padre, dopo il matrimonio al marito).

Dal punto di vista patrimoniale, invece, il matrimonio segna un momento di fondamentale importanza. Prima di esso la donna è priva di qualsivoglia capacità di agire (per ogni suo atto serve l’intervento del padre o di un tutore). Dopo il matrimonio essa acquista, entro certi limiti, la capacità di disporre liberamente dei suoi beni. Limite uguale agli atti di liberalità che non può superare 1/3 del suo patrimonio, altrimenti è richiesta l’autorizzazione del marito.

L’unico istituto in cui la donna ha un riconoscimento esplicito e regolamentato è quello del matrimonio. Nel diritto musulmano il matrimonio è equiparato ad un contratto di compravendita avente ad oggetto due prestazioni:
– Il godimento fisico della donna
– Il pagamento dell’uomo di una somma (mahr) come corrispettivo per il godimento fisico della donna.

Anche muovendo da un’analisi di quanto il Corano prescrive in proposito, è utile considerare come molti versi di contenuto etico-morale, considerati eterni e pronunciati alla Mecca tendano, in più occasioni, a garantire l’assoluta parità tra i sessi, determinando così una netta cesura rispetto alle civiltà pre-islamiche, in cui quella del genere femminile era, senza dubbio, una condizione di assoluta inferiorità e sottomissione.

Un aspetto di indubbio interesse, che segna una diversità con la tradizione pregressa, è rappresentato dalla capacità della donna in tema di successioni.

Nonostante queste considerazioni, è innegabile che nell’Islam, ed anche in quello contemporaneo, in talune situazioni particolari, la donna non ha raggiunto quella pienezza di diritti e facoltà che invece è assicurata negli ordinamenti occidentali.

Se la condizione di parità tra uomo e donna assume un significato pregnante in riferimento alla comunità musulmana nel suo complesso, intesa quale comunità dei credenti, di diversa natura è la valutazione in ordine ai rapporti scaturenti dall’unione matrimoniale. In questo ristretto ambito, l’uomo gode di una posizione di sostanziale preminenza, cui si associa anche un rilevante potere correttivo nei riguardi della moglie, che trova la sua principale ratio nel sinallagma derivante dal negozio giuridico tra i coniugi.

Ulteriore elemento di diseguaglianza attiene al campo del processo penale: la donna ha, infatti, una capacità di testimoniare ridotta rispetto a quella dell’uomo. La sua testimonianza vale la metà: se per la costituzione di una prova valida ai fini processuali è imposta la concordanza delle dichiarazioni rese da due testimoni maschi, ne servono invece quattro per raggiungere lo stesso risultato nel caso in cui vi sia disponibilità di soli testimoni di sesso femminile.

Le varie società islamiche si erano fondate, infatti, su modelli tipicamente patriarcali tali, per cui sarebbe stato impossibile, da parte dell’intera collettività, riconoscere ad una donna autorevolezza e prestigio sociale in virtù delle parole da questa pronunciate. L’attualità del fenomeno merita la dovuta attenzione evitando di generalizzare ed estremizzare ma avendo chiaro lo status giuridico problematico della donna nei paesi islamici.

L’autore è Presidente dell’Istituto di Ricerca di Economia e Politica Internazionale (Irepi)


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