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I media italiani sono concentratissimi sulla situazione venezuelana, forse così concentrati da dimenticarsi di darci notizia di un Paese ancor più popolato e rilevante a livello internazionale come l’Argentina.

La nazione sudamericana, infatti, al pari di quella bolivariana vive una fase di altissima inflazione, seppur inferiore a quest’ultima.

Al governo, però, c’è il liberista Mauricio Macri caro al Fondo Monetario Internazionale e lontano anni luce dai populisti del continente latinoamericano, per cui l’intento di far calare il silenzio sul baratro provocato dalle nuove mosse in ambito economico-finanziario è chiarissimo.

L’Istituto nazionale di statistica d’Argentina ha pubblicato i dati relativi all’anno appena terminato indicando il tasso d’inflazione come il più alto dal 1991 e pari al 47,6%.

Ad incidere principalmente è la svalutazione della moneta nazionale, il peso, che ha perso il 50% del suo valore nel corso del 2018. Di pari passo il maggior costo della vita ha ridotto il potere d’acquisto degli argentini che, nel silenzio internazionale posto dagli amici del governo neoliberista avrà, dalla propria, l’arma del voto il prossimo ottobre per scongiurare un secondo mandato consecutivo dell’ex imprenditore e riaprire alle politiche sociali del peronismo di sinistra.

La caduta dell’Argentina conferma ancora una volta la sconfitta delle politiche dei Chicago boys che avevano precedentemente criticato i dodici anni di governo kirchnerista in cui prima Nestor e poi Cristina erano, invece, riusciti a risollevare il Paese dalla fame in cui era precipitato all’inizio del nuovo Millennio.


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