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Se è vero che all’Inferno solo il diavolo può aiutarti, a Nairobi, in Kenya, quel diavolo sono le droghe: non quelle a cui siamo abituati però, ma colla e mafuta ya ndege, combustibile per aerei.

Sono tante le difficoltà che gli oltre tre milioni di abitanti devono affrontare quotidianamente: fame, violenza e il degrado delle slum, gigantesche baraccopoli sorte sulle discariche a cielo aperto disseminate per tutto il paese.

Si conta che ogni giorno circa 10.000 persone lavorino nella sarabanda delle discariche, di cui il 55% sono minorenni e di questi il 65% bambini in età scolare, smerciando i rifiuti alle compagnie di riciclo diventando essi stessi mercanti della loro morte.

Dei 300.000 bambini senzatetto kenioti oltre 60.000 si trovano a Nairobi, intrappolati tra le toppe e gli espedienti di una vita senza prospettive.

Costretti a crescere in fretta per fare i conti con una civiltà senza scrupoli nella quale vige la legge del più forte: sia quest’ultimo il fortunato che riesce a trovare del cibo tra i rifiuti o il criminale che compie l’ennesima rapina.

La maggior parte di essi sopravvive con meno di 30 euro al mese: la media è di 1,50 euro al giorno racimolati vendendo il vetro trovato ai lati delle strade, che poi spariscono sul fondo di bottiglie di plastica piene di colla o carburante, facili da acquistare anche alla luce del sole per poco più di 40 centesimi a bottiglia, in un mondo che vive di regole proprie, dove bastano 5 euro per corrompere un poliziotto e continuare a disseminare morte.

Questo è il prezzo della vita di un bambino in Kenya, che affoga il viso in uno straccio pregno di cherosene conscio degli effetti a lungo termine: collassi cardiaci, blackout e crisi respiratorie. Specchi per le allodole che li aiutano ad evadere dal reale e non impazzire dalla fame, sentendosi per quei pochi minuti di stordimento ed allucinazione come delle nuvole di vapore, prima di ripiombare in una realtà che di reale vorremmo non avesse nulla.

Paradossalmente Nairobi è una delle città più ricche dell’Africa Orientale, eppure tra bambini che popolano i tunnel fognari come fossero topi, madri che addormentano i propri figli con la colla per prostituirsi e potersene così permettere altra ed interi quartieri terrorizzati dagli estremisti islamici di Al-Shabaab, la capitale keniota sembra una città che nulla ha da offrire, ma che invece toglie anche quel poco che rimane: la speranza.

Le ONG insieme a svariate associazioni no-profit tentano da anni di consegnare un briciolo di dignità al paese, favorendo lo sviluppo rurale, l’accesso all’acqua, alla salute e all’istruzione; riqualificando alcune slum e promuovendo attività di informazione e sensibilizzazione sul tema.

Tuttavia le tragedie che brillano negli occhi delle vittime della povertà e dell’abbandono sono dure a morire, alimentate dalla capillare diffusione della sofferenza con i boko haram; le vittime sempre più frequenti del terrorismo e lo spregevole traffico dei migranti.

Condizioni che martoriano la popolazione del Kenya e agiscono come giardinieri sui fiori della speranza; mentre noi non possiamo far altro che chiederci cos’è peggio tra smettere di sperare o sperare di smettere.


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