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Il mandato elettorale dell’attuale presidente colombiano Iván Duque entrerà nella storia come quello del suo predecessore Juan Manuel Santos ma per motivi opposti.

Lì dove Santos aveva stupito tutti portando a compimento il processo di pace della guerra civile più lunga del mondo ed ottenendo il premio Nobel per la Pace, Duque ha operato, fin dal suo insediamento, per rendere inapplicabili i termini del contratto siglato dalle parti.

Le uccisioni di 229 leader sociali e 139 ex membri delle Farc negli ultimi tre anni mettono in evidenza il fallimento del cessate il fuoco e la mancata smobilitazione degli squadroni della morte dei paramilitari. Il risultato scontato è giunto con la dichiarazione fatta da tre dirigenti storici delle Farc: il vicesegretario Iván Márquez, Seuxis Pausias Hernández Solarte conosciuto come Jesús Santrich ed Hernan Dario Velasquez noto come “El Paisa” che in una registrazione video hanno annunciato la ripresa delle armi.

La decisione dei guerriglieri non è unanime e spaccherà in due il fronte del movimento marxista diviso tra i seguaci del leader Rodrigo Londoño Echeverri, conosciuto col nome di battaglia di Timochenko, che hanno preso le distanze dagli ex commilitoni assicurando che la strada politica intrapresa con la fondazione del partito Fuerza Alternativa Revolucionaria del Comun (la cui sigla è sempre Farc) non verrà messa in discussione.

La ripresa delle armi da parte dei dissidenti ha già trovato sostegno nell’ultimo gruppo guerrigliero attivo in Colombia, quell’Ejército de Liberación Nacional (Esercito di liberazione nazionale, Eln) che non ha, invece, trovato alcun accordo con lo Stato del Paese andino nel corso dei numerosi colloqui intrapresi.

Il nemico dei guerriglieri, è stato ribadito dai suoi leader, sarà l’oligarchia e agenti delle forze di polizia e dell’esercito non verranno presi di mira tranne che per azioni difensive così come non verrà utilizzato il sequestro di persona come strumento di finanziamento.

A detta del presidente colombiano e di fonti statunitensi dietro questa scelta ci sarebbe anche il governo di Caracas, da sempre vicino ideologicamente ai guerriglieri, intenzionato ad arrecare problemi interni al suo principale oppositore nel continente oltre che avamposto Nato in Sudamerica. Dei quasi 7.000 membri armati smobilitati il 23 giugno del 2016 si stima che potrebbero essere più di 2.000 quelli che riprenderanno la lotta anche se Timochenko si è detto sicuro che il 90% sarebbe favorevole a completare il percorso di pace.


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