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Il Burkina Faso è sotto attacco, a seconda dei casi in maniera subdola, in altri drammatica. Ma in Italia ed in Europa, se ne parla poco; eppure è anche questa una delle cause per cui, chi può, fugge dal Paese.

All’uscita dell’aeroporto, i bagagli vengono controllati al metal detector; ovunque, agli incroci delle vie principali, militari o gendarmi armati.

Memori del primo, sanguinoso attentato al ristorante italiano “Cappuccino”, gli ingressi dei locali frequentati da stranieri sono presidiati guardie private.

Stessa cosa avviene nei punti sensibili, dove si viene sottoposti ad un rigoroso controllo, come ad esempio all’ingresso degli uffici di Air France dove però, tornati nel pomeriggio, siamo stati esentati da tali procedure in quanto – ci ha spiegato l’agente di turno – “vi abbiamo già scannerizzato stamattina”.

Ministeri, principali ambasciate, comandi militari e lo stesso accesso al parcheggio dell’aeroporto sono protetti da dissuasori e sacchetti di sabbia.

Del resto, è tuttora vivido il drammatico ricordo dei contemporanei attacchi all’Ambasciata di Francia e al Comando dello Stato Maggiore dell’esercito nel marzo scorso.

Usciti dalla capitale, il clima cambia, anche se sulle strade, numerosi sono i controlli militari a passeggeri e merci. Ma è verso i confini che gli islamisti spadroneggiano, con uno stillicidio continuo di attentati ed intimidazioni costringendo lo Stato ad abdicare.

È quello che succede ormai da tempo al nord, nei Comuni di Dori, Gorom-Gorom, Djibo, Toulfé, Titao, Sollé, Banh, territori che gli islamisti reclamano per farne la regione Azawad.

Così come ad est, nella provincia di Gourma. Irrompono nelle scuole, ingiungendo ai docenti di insegnare in lingua araba, usando come unico libro di testo il Corano. Chi non si adegua, viene frustato a sangue o addirittura sgozzato.

Poiché gli insegnanti perlopiù conoscono solo il francese, si danno alla fuga e molte scuole sono virtualmente chiuse.

Ma anche sud e sud-ovest non ne sono esenti: verso il Ghana, a Dissin, solo per fare un esempio, hanno vandalizzato una chiesa cattolica, distruggendo tutte le statue, fortunatamente senza spargimenti di sangue.

I bersagli principali in questo momento sono, piuttosto, agenti di polizia e militari: a Namsiguia, nella provincia di Bam, la Brigade de sécurité routière ha subito un sanguinoso attacco lo scorso 8 novembre; non molto tempo fa, un poliziotto è saltato per aria dopo aver acquistato al mercato un’anguria, presumibilmente imbottita artigianalmente di esplosivo.

Tutto ciò non avviene solo in periferia, ma anche nella capitale Ouagadougou, sebbene non si siano più registrati attentati sanguinari. Ma all’inizio di novembre, durante uno sciopero della polizia penitenziaria, alcuni agenti si sono diretti verso l’abitazione del ministro della giustizia, dove hanno disarmato i colleghi di guardia.

Di diverso avviso, la Société burkinabé de droit constitutionel (SBDC) che il 30 novembre ha presentato un’analisi sulla natura del fenomeno, contraddicendo la matrice islamica ed evidenziando che “le conseguenze di questi attacchi disastrosi (…) mai conosciuti prima” nella storia del Paese, siano invece una conseguenza “dell’insurrezione popolare del 30 e 31 ottobre 2014, che ha condotto alla transizione che portò al potere il presidente Roch Marc Cristian Kaboré”.

Fatto sta che gli stranieri sono sensibilmente calati. Il “Cappuccino”, ristorante italiano distrutto nel primo attentato burkinabé, ha riaperto i battenti, ma è spesso semi-deserto, così come “L’Eau Vive”, confratello del più celebre e blasonato ristorante dietro piazza Navona a Roma, gestito da religiose. Mentre al “Verdoyant”, ristorante pizzeria francese dove un tempo si facevano lunghe attese, non abbiamo avuto problema a trovare posto per 8 persone in orario di punta.

In controtendenza, il SIAO, Salone internazionale di artigianato africano si è svolto ai primi di novembre con grande affluenza da tutto il mondo. Mentre Ouaga si accinge a festeggiare il cinquantenario del FESPACO – Festival Panafricano del Cinema, non senza qualche apprensione, trapelata in una dichiarazione ufficiale dell’ambasciatore francese, Xavier Lapeyere de CABANES, in cui si auspica che vengano adottate “le condizioni ottimali di sicurezza, al fine di consentire uno svolgimento normale e sereno” della manifestazione.


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