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Tempi cupi per gli equilibri geopolitici mondiali: l’unipolarismo americanocentrico si sgretola sempre più aprendo la strada non all’epoca multipolare, bensì all’oscuro regno di Kaos.

La quattro giorni del think tank geopolitico “Il Nodo di Gordio”, intitolata “La forza di Demetra” e dedicata al grande gioco dell’agroalimentare del XXI secolo, si è aperta sotto un cielo lugubre per le relazioni internazionali: chiave risolutiva del tutto, invero, può essere proprio il settore dell’agroalimentare, fattore determinante di qualsivoglia sovranità nazionale, la cui centralità nell’arazzo mondiale va ripensata da capo, però.

A dare il via ai lavori è stato Riccardo Migliori, presidente emerito dell’assemblea parlamentare OSCE nonché senior fellow de “Il Nodo”, che ha tenuto un discorso d’apertura utile a fare il punto attorno alla crisi della Golden Age americana, determinata ab origine dallo schema unipolare post-1991: tra corsi e ricorsi storici vichiani e consequenziali fasi storiche hegeliane di ordine-disordine-ordine, a sua detta, pare che la “fase dell’ordine”, del regno pacifico di Kosmos, ancora non abbia preso il posto di quella “del disordine”, causata dalla contrazione del processo globalizzante americano e dallo stesso progressivo ritiro statunitense dagli scenari bellici mondiali.

La tentazione isolazionista di Washington, da ascrivere parzialmente già alla presidenza Obama e ancor più palese sotto quella Trump, globalmente rimbomba eccome, non essendoci una controparte così forte da poter ridisegnare un ordine mondiale a suo specifico vantaggio.

Migliori afferma che certamente non è la volontà di potenza a mancare a Cina e Russia, candidate iperpotenze, bensì il complesso tecnico che definisce l’effettivo centro dominante, economico-culturale-militare: a dispetto delle testate nucleari e dell’avanguardia tecnologica bellica, Mosca rimane ancora una sotto-potenza economica, in realtà; al contrario, nonostante l’inarrestabile cavalcata economica, ora in apparente assestamento, Pechino risulta essere tuttora militarmente isolata e diplomaticamente davvero poco cinica, malgrado il progetto eurasiatico OBOR, quindi della Via della Seta terrestre e marittima.

Attorno a queste tre torri, copernicanamente, ruotano un insieme di medio-potenze, spesso regionali nonostante le proiezioni ideologico-strategiche, inserite o in un limbo geopolitico o in declino o in stagnazione: BRICS, Vaticano e Unione Europea sono ferme e, rebus sic stantibus, rischiano lo sfaldamento.

Per il senior fellow, infatti, il gruppo dei BRICS, oltre a soffrire per la crisi della globalizzazione economica e a mancare (eccezion fatta per i membri sopra citati) di forza muscolare quindi di peso strategico, sono rimasti indietro complici anche delle crisi politiche non indifferenti, come quella di Lula e Zuma, rivelatesi vere e proprie zavorre nella corsa allo sviluppo e al “posto al sole”.

Persino la Santa Sede, per quanto possa essere in grande trasformazione e rinnovamento interno per opera del gesuita Papa Francesco, non riesce a sfruttare il proprio soft power religioso ed ecumenico per ergersi ad attore universale dialogante, a causa sia dei noti scandali interni sia (soprattutto) della buia notte del Cristianesimo.

Oltretutto, c’è pure chi, attualmente, gode in parte dello status di superpotenza ma in nuce contiene il germe dell’instabilità permanente, l’Unione Europea, che manca assolutamente di soggettività politica, con buona pace del duopolio renanico franco-tedesco.

Gigante dai piedi d’argilla, con l’avanzata impetuosa del vento orientale sovranista, l’Europa sta vivendo anch’essa la sua oscura, tetra notte. Attore geopolitico che storicamente soffre di complessi d’inferiorità rispetto ai suoi competitors, essa oggi rischia l’implosione e il conseguente soffocamento americano e russo. Statica e decadente.

Non per ultimo le organizzazioni sovranazionali, emblema della crisi del mondialismo: venute meno al loro compito specifico, stanno rivelandosi dei dopolavoro e dei mastodontici centri di spreco, oltre che soggetti politici amorfi e ininfluenti.

Per forza di cose, si torna alla forza muscolare, polifemica nelle relazioni internazionali. L’unipolarismo alle spalle, il multipolarismo in divenire.


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