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Il 15 novembre 2017 affondava misteriosamente al largo delle coste argentine il sottomarino ARA San Juan.
Sono trascorsi quasi sei mesi da quel tragico incidente e la verità sull’accaduto sembra essere sempre più lontana, mentre si fa più pressante l’indignazione dei familiari delle vittime nei confronti di un governo che non riesce a dare delle risposte coerenti.

È del 15 marzo la dichiarazione ufficiale da parte del primo ministro Marcos Peña che il sottomarino si trovasse – nel momento in cui si sono perse le sue tracce – in prossimità delle isole Malvinas impegnato in un’ operazione di “monitoraggio” nei confronti di imbarcazioni straniere e dell’aviazione britannica, mentre due settimane orsono è arrivata la smentita da parte del ministro della difesa Oscar Aguad che sostiene ci sia stato un errore di trascrizione delle coordinate da parte della marina militare e che il sommergibile si trovasse a ben 185 km dalle coste delle isole, scongiurando così l’ipotesi di una violazione della legge 111 della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare che prevede in quella zona l’esclusività di navigazione da parte della Gran Bretagna.

Sta di fatto che del sommergibile e dei 44 membri dell’equipaggio non si sa ancora nulla. Sembra invece cosa certa che i familiari delle vittime siano stati oggetto di intercettazioni telefoniche e del controllo dei sistemi operativi dei cellulari. Alcuni familiari infatti, notando delle anomalie nel funzionamento dei propri apparecchi telefonici, avevano incaricato l’UTN (Università tecnologica nazionale), attraverso il loro avvocato, di svolgere un’indagine dalla quale è emersa la presenza di un sistema di controllo operante sulle linee di almeno due dei familiari delle vittime.

Pegasus è il nome del software utilizzato per l’operazione di spionaggio, configurazione acquistata dal governo argentino nel novembre scorso da Israele in occasione della visita del presidente Benjamin Netanyahu.

Nelle ore successive alla sparizione dell’ARA San Juan diverse imbarcazioni e mezzi di soccorso sono intervenuti senza esito nelle operazioni di ricerca.

La prima nave a recarsi sul posto è stata l’inglese HMS Protector il cui equipaggio è stato rispedito in Inghilterra poco dopo l’intervento: rientrata la nave alle isole Malvinas l’equipaggio è stato inmediatamente sostituito e i militari, per la prima volta dal 1982, hanno effettuato un volo che dalle isole è atterrato in territorio argentino per poi essere rimpatriati con un aereo della British Airline diretto a Londra.
Saranno solo facezie, ma intanto ieri presso l’ambasciata inglese di Buenos Aires la banda dell’aviazione argentina ha suonato l’inno britannico “Y God Save The Queen” e sull’etichetta di una famosa birra olandese d’importazione le isole Malvinas sono diventate Falkland.

Tante, forse troppe le stranezze dietro ad un caso sul quale è difficile far luce. Diverse le ipotesi che si sono fatte strada, dal guasto tecnico al siluramento da parte di una forza militare straniera. In questi giorni inizieranno le ricerche del sottomarino da parte della SEA un’impresa con sede a Miami e di proprietà dell’ingegnere venezualano Hugo Marino specializzata nel recupero di relitti in profondità.

Il costo dell’operazione si aggirerà intorno ai sei milioni di dollari e durerà non più di cento giorni, tempo massimo entro il quale l’ingegnere ha promesso di riscattare il sottomarino.


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