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Dall’autoproclamazione di Juan Guaidó alla presidenza della Repubblica del Venezuela sui media occidentali si fa un gran parlare del Gruppo di Lima indicandolo come l’alleanza degli Stati dell’America Latina ostili al presidente bolivariano Nicolas Maduro.

L’organismo multilaterale è, in realtà, attivo dall’8 agosto 2017 ed è nato dalla dichiarazione congiunta di dodici Paesi (Argentina, Brasile, Canada, Cile, Colombia, Costa Rica, Guatemala, Honduras, Messico, Panama, Paraguay e Perù) riguardante la necessità di un’uscita pacifica della crisi venezuelana relativa alle guarimbas, le proteste organizzate dagli esponenti della coalizione antichavista che causarono la morte di oltre duecentocinquanta persone.

Ai dodici Paesi iniziali si sono poi aggiunti la Guyana e Santa Lucia ma il vero attore principale dell’organismo è indubbiamente il cugino nordamericano. Tutti questi Stati hanno, infatti, governi di stampo liberal-conservatore affini agli interessi statunitensi nel subcontinente. E’ in questa stessa ottica che deve essere letto il passo indietro del Messico una volta assunta la presidenza da parte del leader populista di sinistra Andrés Manuel López Obrador (nella foto).

Nel corso di questo anno e mezzo di attività i governi dei Paesi membri del Gruppo di Lima hanno prima rifiutato il riconoscimento delle elezioni presidenziali che hanno incoronato Maduro per il suo secondo mandato nel maggio 2018 e poi assunto la posizione più intransigente verso il governo chavista all’interno dell’Osa (Organizzazione degli Stati Americani).

Proprio presso l’organizzazione internazionale a carattere regionale comprendente i trentacinque Stati indipendenti dell’intero continente il Gruppo di Lima ha subito una cocente sconfitta quando, a fine gennaio, la mozione di condanna al Venezuela che necessitava di 24 voti su 34 ne ha ottenuti solamente 16 tra le ire del Segretario Generale Luis Almagro e quelle del Segretario di Stato Usa Mike Pompeo.


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