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In Burkina Faso è in corso una drammatica diaspora interna. Da non sottovalutare, perché i fuggiaschi verranno allettati da illusori Eldorado e si aggiungeranno ai disperati, in attesa sulle coste libiche di qualche Caronte o ONG senza scrupoli.

È noto che nel Paese sedicenti jihadisti stiano compiendo una mattanza di cattolici. Nel silenzio totale del Vaticano.

Solo, scrive Silvana De Mari su La Verità, “un pigolio inclusivo, che non irriti nessuno, un capolavoro di compromesso dove, per carità, non si parli né di Cristo, né di crocefissione, che è divisivo”. La nuova Chiesa bergogliana 2.0, prosegue De Mari, “tuona solo per un unico argomento: l’immigrazione, purché irregolare e islamica. Dei massacri di cristiani, delle parole disperate dei vescovi della Nigeria e del Burkina Faso (…) non ne parlano, perché sarebbe poco misericordioso per gli assassini. E poi, onestamente, i cristiani massacrati sono bruttini, bruttini i loro cadaveri carbonizzati nelle chiese bruciate, poco affascinanti i loro bambini uccisi dalle bombe con ancora addosso i vestitini della prima comunione”.

Da mesi, i comunicati stampa del Ministero della difesa burkinabé sono veri bollettini di guerra. Una guerra di retroguardia, vana.

Le sistematiche stragi hanno provocato l’esodo di migliaia di persone verso villaggi lontani, fino ai sobborghi della capitale Ouagadougou, in cerca di sicurezza. Moltissimi – si parla del 95% – hanno perso tutto e devono confrontarsi con problemi di alloggio, cibo, salute, igiene, nell’indifferenza totale dei buonisti de noantri, dei preti di frontiera, di barcaioli senza scrupoli in cerca di un po’ di visibilità, più che di migranti.

L’insicurezza venutasi a creare nelle regioni del Sahel e del Centro-nord del paese – scrive Nicole Ouédraogo per l’Agenzia di stampa Lefaso.net – ha costretto le popolazioni a trovare rifugio altrove. Sono riusciti a mettersi in salvo, ma le loro vite sono cambiate dall’oggi al domani (…), gli sfollati interni e le famiglie ospitanti hanno bisogno di assistenza”.

Basti un esempio: i Servizi sociali di Kaya, una delle 5 cittadine più grandi del Paese, a fine giugno avevano già registrato 7.000 sfollati (più del 10% della popolazione).

Per l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari OCHA, il Burkina Faso sta affrontando una crisi umanitaria senza precedenti. Per intenderci sulla gravità del fenomeno, secondo le ultime statistiche ufficiali, gli abitanti erano 19,19 milioni nel 2017. Ebbene, l’OCHA stima che di essi 1,2 milioni abbiano bisogno di assistenza umanitaria e che siano oltre 170.000 le persone già costrette ad abbandonare le proprie abitazioni, il triplo rispetto all’inizio dell’anno, a causa dei reiterati attacchi terroristici.

Anche 2024 scuole, di cui 1844 elementari, sono state chiuse, privando dell’istruzione oltre 330.000 ragazzi. Come già rivelato a novembre scorso da ElecTO Mag, sono infatti molte le scuole incendiate, con insegnanti minacciati, frustati, uccisi a sangue freddo sotto gli occhi degli alunni. Inevitabilmente, molti sono fuggiti, di fronte all’alternativa: insegnare in arabo (lingua sconosciuta), usando solo il Corano, o essere trucidati.

Da informazioni dirette, ci risulta che la situazione nella capitale sia ancor più grave, con migliaia di profughi, anche dal Mali. Il Governo si sta attivando per trovar loro accoglienza, evitando che si mescolino con la popolazione residente, per non creare ulteriori problemi. Secondo nostre fonti locali, sussiste anche un rischio allarmante: la presenza di infiltrati. Le autorità hanno dunque invitato tutti a segnalare immediatamente persone sospette o arrivate clandestinamente.

Intervistato da Etienne Lankoandé per Lefaso.net, Mahamoudou Savadogo – specialista in questioni di estremismo violento nel Sahel e in gestione del rischio per le organizzazioni internazionali e le ONG – rileva che “la strategia messa in atto non è adeguata e deve essere rimodulata (…) il numero di attacchi e di province e regioni colpite triplicano ogni anno: 37 gli incidenti di sicurezza nel 2016, 94 nel 2017, 310 nel 2018 e 335 da gennaio a maggio 2019”. Così pure è aumentato il numero delle province: da cinque nel 2016 a 16 fino a maggio 2019.

Un cattivo indicatore per il Burkina Faso e per la sua stabilità – prosegue Savadogo – che ci sollecita a capire perché gli attacchi aumentino in maniera così esponenziale”.

Se sul piano umanitario, si registrano sfollati interni, scuole e dispensari chiusi, sul fronte economico vi sono aree totalmente fuori controllo e il traffico internazionale nella regione orientale è drasticamente calato. Secondo Mahamoudou Savadogo, le prospezioni di filoni d’oro in questa regione sono sospese, vanificando ogni speranza di aprire nuove miniere, e di creare nuovi posti di lavoro; lo stesso accade con la revoca delle concessioni di ricerca all’Est, ricco di risorse naturali.

Le conseguenze sono disastrose – conclude il ricercatore – e stiamo anche perdendo la nostra gioventù. Che si tratti di Forze di Sicurezza, o di civili, la maggior parte delle vittime sono giovani. La produzione agricola calerà considerevolmente perché ci saranno aree in cui non potremo coltivare e altre in cui non ci saranno più braccia per farlo. La situazione è critica e dovremo prendere misure forti per non sprofondare”.


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