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«Il Burkina Faso è di fronte ad una crisi umanitaria senza precedenti» e «La situazione umanitaria è ben lungi da migliorare». Due frasi che sintetizzano in questo accorato grido di dolore, l’allarme lanciato giovedì scorso da Hélène Marie Laurence Ilboudo, ministro della Donna, della Solidarietà nazionale, della Famiglia e dell’Azione umanitaria.

Tracciando il bilancio dell’insicurezza venutasi a creare in molte zone del Paese, ha infatti rivelato che ad oggi sono più di 800.000 le persone interessate al problema (secondo l’UNHCR sarebbero invece 1,5 milioni di abitanti del Paese, N.d.R.). Una moltitudine che si è riversata in territori burkinabé vagamente più sicuri: una vera e propria diaspora interna che fonti ufficiali aggiornate al 2 ottobre stimano in 486.360 sfollati, costretti alla fuga, portando con sé solo pochi effetti personali, lasciando in tutta fretta le proprie case, i beni, i terreni coltivati con fatica, gli animali da cortile.

Nonostante le attese – il Burkina Faso, uno dei Paesi più poveri al mondo – è infatti sotto scacco da oltre 4 anni, da parte di terroristi jihadisti, alcuni legati ad Al Qaeda, altri all’ISIS. Un terrorismo, i cui attacchi sanguinari si susseguono quasi giornalmente. Un terrorismo che non arretra e, anzi, imperversa, colpendo indiscriminatamente cattolici, mussulmani, animisti o protestanti, uomini, donne o bambini, soprattutto nelle zone del centro nord (da cui infatti si registra il 55, 61% degli sfollati). Tant’è che la ministra prevede che entro fine anno gli esodati potrebbero raggiungere quota 650.000.

Ancora più disperatamente esplicito è stato il ministro degli esteri burkinabè, Alpha Barry, che ha pubblicamente ammesso: “Abbiamo problemi di sicurezza, la situazione sta peggiorando di giorno in giorno (…) abbiamo bisogno di aiuto”.

Al punto che ci riferiscono che l’Ambasciata in Italia del Burkina Faso non rilasci visti di ingresso a chi dischiara di volersi recare in zone ritenute a rischio del Paese. Questo, nonostante che nostre fonti dirette ci confermino che non passa giorno senza che le forze militari governative (unitamente a truppe speciali francesi, sempre negate, ma assai attive) non intervengano, senza risparmiare la vita ai terroristi catturati.

Purtroppo, anche in questo caso, entrano vergognosamente in gioco interessi politici ed economici: secondo Gabin Korbéogo, portavoce delle organizzazioni civili, la presenza di forze militari straniere, sarebbe solo un pretesto per mettere sempre più le mani sulle immense ricchezze del Paese.


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