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L’artista ecuatoriano Oswaldo Guayasamín, discepolo dei muralisti messicani, ha lasciato centinaia di opere pittoriche dove predominano la sofferenza e la paura, insieme alla tenerezza ed agli sguardi profondi

Amato ed allo stesso tempo mal sopportato dai suoi compatrioti, a causa di un carattere difficile e di una certa superbia che derivava dalla sua consapevolezza di rappresentare un cambio radicale nell’arte plastica del suo paese e dell’America latina, Guayasamín era in realtá un uomo semplice e spontaneo, nato povero, fedele alle sue amicizie e chiaro nei suoi valori e che grazie alla sua arte é stato forse l’ecuadoriano piú conosciuto al mondo nel secolo XX.

Fu lui stesso che volle lasciare in eredità al suo paese un’opera che riflettesse il suo impegno personale ed artistico

e progetto’ così la Capilla del Hombre (La Capella dell’Uomo) composta da tre musei, un auditorium, una biblioteca specializzata in arte, un laboratorio di restauro e un altro di grafica. La costruzione iniziò nel 1976, attraverso la la Fondazione Guayasamín, fortemente voluta dal maestro.

L’attuale museo è uno spazio dedicato ad ogni latinoamericano che vive in un ambiente di ingiustizia e discriminazione, secondo quanto diceva lo stesso Guayasamin. Il pittore pensava che il luogo dovesse essere un’area che invitasse alla riflessione sulla storia dal punto di vista dell’America Latina. Tutta l’opera manifesta il dolore e la miseria che la maggior parte dell’umanità sopporta.

Nei dintorni della Cappella dell’Uomo si combinano architettura, dipinti, murales, sculture, spazi aperti ed il messaggio di impegno per i diritti umani, la pace e la solidarietà.

Guayasamín morì senza vedere il progetto finito, ma all’interno di tutte le istallazioni che compongono la Capilla del Hombre, si trova una fiamma eterna, che ricorda le parole dell’artista: “Lasciate accesa una luce, che sarò sempre di ritorno”.


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