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Il neo presidente del governo spagnolo Pedro Sanchez – giunto al timone dopo il crollo del governo conservatore di Mariano Rajoy, in seguito ad una sentenza che ha confermato la decennale corruzione interna al Partito Popolare – si affida a un governo femminile. Dei 17 ministeri, 11 sono guidati da donne, una cosa mai successa nella storia della Spagna.

Il nuovo esecutivo socialista spagnolo sarebbe formato per il momento da 11 donne e 6 uomini, tra questi ultimi incaricato del dicastero della Scienza e della Ricerca c’è un astronauta, Pedro Duque.

Nel “governo rosa” dei socialisti spetta a Carmen Calvo il ruolo di vice premier, già ministra della Cultura con Zapatero ora si dedicherà anche alle Pari opportunità. Sanchez ha deciso di formare un governo socialista di minoranza che può contare solo su 84 seggi dei 350 complessivi del Parlamento e che dovrà, quindi, cercare ogni volta una maggioranza trattando con Podemos e i Partiti nazionalisti dei Paesi Baschi e della Catalogna che rivendicano l’indipendenza di Barcellona, inviando chiari segnali nella formazione del governo.

È la prima volta, in Spagna, che nasce un governo con una larga maggioranza di ministri donna, ma Sanchez vuole stupire ulteriormente l’elettorato inserendo nella sua squadra di governo anche due ministri gay: il responsabile dei Beni culturali, il giornalista e scrittore Maxim Huerta, con il giudice Fernando Grande-Marlaska, nuovo ministro degli Interni.

La scelta di Sanchez della lista dei ministri, secondo alcuni analisti politici, sarebbe motivata dal fine di recuperare i voti socialisti dell’Andalusia e dell’Estremadura, soprattutto confidando nella simpatia delle elettrici e uscendo dalla neutralità di un esecutivo paritario voluto a suo tempo da Zapatero con 5 ministre e 5 ministri. Il governo Zapatero fu l’ultimo governo spagnolo a rispettare il principio di parità tra uomini e donne, con una forte presenza femminile che fu però interrotta dall’ex primo ministro conservatore Mariano Rajoy del Partito popolare.

I dicasteri che vanno alle ministre sono il Lavoro, l’Economia, la Giustizia, l’Ambiente, la Salute, la Pubblica Amministrazione e sono la conferma dell’aumento della partecipazione politica delle donne nello stato spagnolo. Donne giovani con una valida esperienza politica e nella pubblica amministrazione.

Vale la pena ricordare una grande donna spagnola che ha contribuito all’emancipazione e al diritto di voto delle donne in Spagna, Clara Campoamor, che lottò per anni per questo diritto. Parallelamente alla sua professione di avvocata, iniziò a militare con i socialisti divenendo in breve una delle pochissime deputate elette in Parlamento nel 1931. In quel periodo le donne potevano essere elette ma non potevano votare. Clara Campoamor si batté per l’introduzione del voto femminile, l’eliminazione delle discriminazioni per sesso, per l’uguaglianza giuridica dei figli nati fuori e dentro dal matrimonio e per il divorzio. Grazie al suo contributo la Spagna è stata uno dei primi paesi europei a introdurre il suffragio universale.

La risposta di Clara ai deputati di sinistra che ostacolavano il diritto di voto delle donne fu questa: ”Non compiete un errore storico che rimpiangereste amaramente lasciando al margine della Repubblica la donna, che rappresenta una forza nuova e giovane…”.

Il 9 dicembre 1931 è un giorno ricordato dai difensori dei diritti e delle libertà individuali degli esseri umani, perché sancisce l’introduzione del voto femminile in Spagna, anche se i cambiamenti politici e legislativi dell’epoca non furono sufficienti per imporre nuove opportunità politiche, giuridiche e culturali per le donne.

La Spagna per decenni è stata immersa in modelli tradizionali di genere e in una divisione sessuale degli spazi. Solo nei nostri giorni vi è una maggiore visibilità delle donne nella sfera pubblica e nella partecipazione alla vita politica.

La Spagna dopo quarant’anni di dittatura e quarant’anni di democrazia vive una fragilità democratica e non a caso Sanchez ha scelto una maggioranza di ministre come contrapposizione alla corruzione e a nuove pratiche di un controllo democratico, con l’intenzione di cambiare radicalmente le architetture del potere con un linguaggio capace di trasformare i desideri collettivi di un Paese.


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