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Il presidente boliviano di origine india Evo Morales guiderà anche nelle elezioni presidenziali del 2019 il Movimiento al Socialismo (MAS).

L’ufficialità è arrivata in seguito alla sentenza del Tribunal Constitucional Plurinacional (TCP) che ha accolto il ricorso presentato dall’attuale maggioranza sulla base dell’articolo 23 della Convenzione americana dei Diritti umani, secondo cui a nessuno dovrebbe essere negato il diritto di essere eletto.
In questo modo Morales ha superato ben due ostacoli: l’articolo 168 della Costituzione che vieta la ricandidatura per più di due mandati consecutivi per qualsiasi carica pubblica e lo scoglio del passaggio di testimone che ha creato non poche difficoltà agli altri leader del socialismo del XXI secolo nell’intero continente.
Se, infatti, il delfino designato dal defunto Hugo Chávez (Nicolas Maduro) riuscì ad imporsi sull’opposizione liberista di un soffio nel 2013 ed è ora atteso dal difficile voto di fine anno, negli altri casi i successori hanno subito sconfitte elettorali (Scioli in Argentina), preso le distanze dai predecessori (Lenin Moreno in Ecuador) o subito rimozioni ad opera del Parlamento (Rousseff in Brasile).

La scelta di Morales fa discutere anche alla luce del referendum perso nel febbraio 2016 quando il 51,3% dei boliviani respinse la modifica costituzionale e pone ancora una volta un limite che sembra insormontabile riguardante l’incapacità di formare una nuova classe dirigente socialista in grado di ereditare e proseguire le conquiste sociali degli ultimi venti anni.


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