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Nel piccolo stato centroamericano di El Salvador non sembra conoscere sosta la svolta autoritaria inaugurata dal presidente Nayib Bukele.

Dopo aver fatto storcere il naso per le minacce armi in pugno alle opposizioni di sinistra e di destra in Parlamento, ora il trentottenne di origini libanesi ha portato ad un nuovo step la guerra alle maras, le temibili gang con ramificazioni internazionali e in prevalenza negli Stati Uniti.

In seguito ad un aumento delle violenze tra i membri delle principali bande criminali del Paese è stata, infatti, autorizzata l’opzione della “forza letale” da parte di polizia ed esercito.
In aggiunta a questo provvedimento lo stato d’emergenza dichiarato da Bukele ha anche autorizzato la reclusione collettiva dei membri di gang rivali, tra le quali spiccano Mara Salvatrucha e Barrio 18.

L’implementazione, ben oltre il consentito dalla legge secondo le opposizioni, del programma di governo con cui Bukele ha trionfato al primo turno delle elezioni presidenziali dello scorso anno sembra avere l’obiettivo di porre la propria figura, e quella del piccolo partito che lo sostiene, come l’unica parte politica capace di mantenere le promesse in vista del fondamentale voto per il rinnovo degli 84 seggi del Parlamento che si terrà nei primi mesi del 2021 e in cui il leader della Gran Alianza por la Unidad Nacional (Grande Alleanza per l’Unità Nazionale, GANA) spera di ottenere la maggioranza necessaria ad evitare lunghi dibattimenti per il varo delle proposte avanzate dal suo governo.

Nel silenzio delle organizzazioni panamericane, i cui Stati nazionali sono impegnati ad arginare l’emergenza generata dal coronavirus, è spettato, per il momento, all’ong Human Rights Watch la condanna senza se e senza ma “delle misure reputate eccessive ed incoerenti con i principi umanitari del diritto internazionale”.


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