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Si può credere alla tesi di morte per cause accidentali di un ragazzo di ventotto anni, quando questi è morto “annegato” nel fiume Chubut nella Patagonia argentina vestito e con il documento d’identità ancora indosso dopo essere stato inseguito a colpi d’arma da fuoco da un manipolo di militari della gendarmeria?

C’è chi sostiene di sì: la maggior parte della stampa nazionale e in talune occasioni anche le testate giornalistiche straniere.

Bisogna attenersi all’autopsia, sembrano indicarci. Un’autopsia che, si deve precisare, è stata effettuata su un corpo mancato all’appello della famiglia e della maggioranza degli argentini per ben settantotto giorni e che è stato rinvenuto nelle acque di quello stesso fiume ben ottanta metri più a monte dal punto nel quale si erano perse le tracce del giovane.

Il ragazzo in questione si chiamava Santiago Maldonado e nel pomeriggio di quel tragico primo agosto 2017 era ancora vivo quando un operativo di una trentina di gendarmi – su ordine di Pablo Noceti, funzionario del ministero della pubblica sicurezza – arrivava sul posto per sgomberare violentemente la S.N. n° 40 da un gruppetto composto da meno di dieci manifestanti della comunità Mapuche che impedivano il transito come protesta per la carcerazione di uno dei loro compagni, Facundo Jones Huala.

Fra di loro, e ci sono i filmati della stessa gendarmeria che lo possono provare, si trovava Santiago Maldonado.

https://www.minutouno.com/notas/3039249-este-es-el-video-que-muestra-santiago-la-ruta-40-antes-la-represion

Le scene mostrateci dalla televisione argentina rivelano l’irruenza dell’intervento delle forze dell’ordine che armi in pugno sparavano verso i manifestanti costringendoli a fuggire e ad inoltrarsi nei terreni di proprietà del magnate italiano Benetton – e recriminati dalla stessa comunità indigena – finché si sono visti sbarrata la via di fuga dalle acque del fiume mentre erano braccati da vicino dai gendarmi.

Santiago Maldonado non sapeva nuotare e la sua fuga si è fermata lì, mentre una torma di sgherri dello stato lo circondava e lo ingoiava un fiume nel profondo inverno della Patagonia.

Le immagini delle telecamere ci mostrano un attimo più tardi un nugolo di militari attorno ad una camionetta bianca in loro dotazione intenti a caricare sul cassone della stessa un fagotto di colore scuro e da lì a poco ripartire a razzo in direzione della vicina città di Esquel.

Ma è stato solo un incidente continuano a ripetere i bevitori di favole dal tragico epilogo.

Il popolo argentino ha sete di verità e nel giorno della Santa Pasqua, una manifestazione convocata nella città di Mar del Plata dal fratello della vittima in commemorazione dell’ottavo mese dall’accaduto ne è la dimostrazione.

Tante, troppe le menzogne intorno alla tragica scomparsa e morte del ragazzo. In primis da parte del governo e dei suoi funzionari, che non solo non hanno agito con tempestività, ma hanno addirittura intralciato le indagini depistandone ripetutamente le ricerche.


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