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Il focolaio ecuadoriano sembrerebbe essersi spento in seguito all’accordo raggiunto dall’esecutivo guidato da Lenín Moreno e la Confederación de Nacionalidades Indígenas del Ecuador (Confederazione delle nazionalità indigene dell’Ecuador, CONAIE) che ha portato alla revoca del decreto 883 ribattezzato, in forma dispregiativa dai manifestanti, paquetazo.

L’azione governativa, in realtà, punta a dividere il fronte delle opposizioni sociali saldatosi tra comunità indigene, movimenti popolari e settori fedeli all’ex presidente socialista Rafael Correa.

Il prestito di 4,2 miliardi di dollari ottenuto dal Fondo Monetario Internazionale dovrà, prima o poi, essere saldato con misure di austerity tanto care all’organo sovranazionale. L’inquilino di Palacio de Carondelet punta, quindi, a frammentare gli oppositori per riproporre un pacchetto di tagli alla spesa simile a quello sospeso solo lo scorso ottobre. Dal proprio canto Moreno ha a disposizione un anno e mezzo di mandato prima dell’incognita del ritorno alle urne previsto per l’inizio del 2021.

La sua situazione appare quanto mai simile a quella dell’omologo cileno Sebastián Piñera e, seppur su fronti ideologici diversi, del nicaraguense Daniel Ortega e del bolivariano Nicolas Maduro. Tutti sono accomunati da una drastica riduzione del consenso e della popolarità da parte della popolazione e cercano di prolungare il più possibile il ritorno alle urne che potrebbe decretare una sonora sconfitta.

I dodici giorni di violente proteste popolari in Ecuador hanno lasciato il segno e uno strascico di 11 morti, più di 1300 feriti e quasi 1200 arresti sui quali sarà necessaria una risposta anche della magistratura per accertare i crimini e gli abusi commessi dalle forze dell’ordine.

La contrapposizione con le radicate e numerose comunità indigene potrebbe riaprirsi anche qualora l’attuale governo decidesse di ridiscutere il possesso e la proprietà delle terre di queste ultime inserite già a partire dalla Costituzione del 1998. Terre che fanno gola alle multinazionali alle quali Moreno ha aperto le porte della nazione dopo il cambio di casacca e che risultano ricchissime di petrolio e materie prime.

Nel frattempo lo strumento prediletto dalla maggioranza è quello della magistratura ad orologeria che dopo aver colpito Correa, impossibilitato a rientrare nel Paese, e il suo storico vice Jorge Glas, detenuto ormai da due anni per un’accusa di corruzione, si sta abbattendo sull’intera classe dirigente del partito di ispirazione correista Revolución Ciudadana, costringendo alcuni suoi membri a riparare in esilio in Messico.


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