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Mentre, in mancanza di rivendicazioni, non si riesce ancora a dare un nome ai mandanti del bestiale attentato che, nel giorno di Pasqua, ha provocato la morte di quasi trecento cristiani in Sri Lanka, sono in molti a domandarsi per quale motivo l’Italia, che pure è sede della cristianità, sia rimasta sostanzialmente immune da atti di terrorismo di matrice islamica.

Qualche tempo fa una spiegazione a questa “anomalia” – per lo meno rispetto a certi paesi come Francia, Germania o Belgio – è stata avanzata da Lorenzo Vidino, esperto di terrorismo islamico e di violenza politica, in un’intervista al quotidiano svizzero Les Temps.

Dal 2001 l’Italia è il solo paese tra i grandi dell’Occidente a non aver subito degli attentati di matrice jihadista sul suo suolo. Una ragione è legata al fatto che il nostro paese “non ha avuto gli stessi fattori di radicalizzazione che si sono invece riscontrati in altre aree d’Europa”.

L’Italia rappresenta un’eccezione che dura grazie a una miscela unica di elementi, tra cui la repressione della polizia e gli elementi demografici.

In realtà sono state arrestate persone che avevano pianificato degli attentati, secondo quanto riferito dalle autorità, ma nessun attacco è stato compiuto concretamente. “La statistica più importante da osservare è quella riguardante le cifre sul numero di militanti partiti sui diversi fronti della jihad, perché si tratta di dati empirici, scientifici”.
In Svezia ci sono stati 300 miliziani, in Austria 350, in Svizzera 190, in Francia oltre 1.500, in Germania un migliaio. In Italia soltanto 129. “È una cifra incredibilmente bassa per un paese che conta più di 60 milioni di abitanti e almeno 2 milioni di musulmani” (convertiti o meno). “Di questi 129, ci sono marocchini che hanno trascorso diversi anni in Francia prima di partire per la Siria”.

In totale solo 18 cittadini italiani si possono contare tra quelli che sono partiti per sacrificarsi in nome della causa jihadista. Piuttosto che l’assenza di attentati, sono queste – secondo Vidino – le cifre da prendere in considerazione come dimostrazione dell’eccezione italiana.
Tutto questo nonostante l’Italia fosse un focolaio dell’ideologia e della rivolta jihadista, anche prima degli attentati alle Due Torri dell’11 settembre 2001. “L’Italia è stato uno dei primi paesi europei insieme alla Francia” ad aver sperimentato sotto i suoi occhi il fenomeno del terrorismo di matrice jihadista.

Esempio ne sia l’applicazione della “tolleranza zero” nei confronti della moschea di viale Jenner a Milano, vale a dire uno dei principali centri di radicalizzazione del jihadismo con destinazione la Bosnia negli Anni 90. Il primo attentato suicida in Europa è stato commesso nel 1995 in Croazia, a Fiume, da un jihadista che veniva proprio da Milano. La moschea è stata perquisita e più di 50 persone sono state arrestate.

Il grande successo dell’Italia è dovuto al fatto che è riuscita a impedire che questa moschea attirasse nuove reclute. La pressione delle forze della polizia l’ha costretta a chiudersi su se stessa”, ha osservato Vidino a Le Temps.

Un altro elemento da prendere in considerazione riguarda la demografia particolare italiana, diversa da quella dei grandi Stati del Nord Europa. La maggior parte dei giovani che sono partiti per la Siria o altri luoghi della “jihad” da Belgio, Francia, Svizzera, Germania, ecc. fanno parte della seconda generazione di migranti.

Questa generazione non esiste ancora in Italia e si sta formando solo di recente. I primi migranti musulmani sono arrivati in Italia da celibi negli Anni 90 ed è soltanto oggi che inizia ad apparire una seconda generazione nata qui” da noi.
Da questo punto di vista il caso dell’Italia assomiglia a quello di Grecia, Portogallo e Spagna. I paesi del Sud europeo, insomma, non hanno sperimentato gli stessi fattori di radicalizzazione visti nell’Europa del Nord.

Quanto ai metodi di pressione da parte della polizia, il metodo italiano consiste nel prendere di mira prima di tutto i “cattivi maestri”. Si tratta di imam e mentori che attirano i più giovani e li spingono sulla via della radicalizzazione.

Se non sono italiani, e la maggior parte non lo sono, sono espulsi sistematicamente”. È molto semplice: si applica la “legge della tolleranza zero”. Il problema è che lo stesso modello non si può riprodurre In Francia e in Belgio, dove i “cattivi maestri” sono spesso cittadini francesi o belgi, che non possono essere espulsi nel loro paese di provenienza.


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