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L’insediamento di Luis Lacalle Pou alla presidenza dell’Uruguay ha posto fine ai tre mandati consecutivi del Frente Amplio (Fronte Ampio, FA). Il figlio d’arte, il padre fu presidente dello Stato dal 1990 al 1995, ha dato vita ad una coalizione con gli altri partiti di destra per formare un esecutivo multicolore.

Al Partido Nacional (Partito Nazionale, PN) del quarantaseienne di Montevideo è toccata anche la vicepresidenza che per la prima volta vedrà ricoprire il ruolo ad una donna, la cinquantottenne Beatriz Argimón.

Lo storico Partido Colorado (Partito Colorato, PC), di stampo liberale, ha ottenuto il ministero degli Esteri che sarà ricoperto dall’ex candidato presidente Ernesto Talvi mentre il neonato Cabildo Abierto (Capitolo Aperto, CA) esprimerà due ministri nella nuova squadra di governo.

Il discorso di insediamento ha ricalcato i principali temi del programma politico con cui Lacalle Pou si è imposto al ballottaggio sull’ex sindaco di Montevideo Daniel Martínez, dalla necessità di stimolare produzione economica e occupazione all’importanza di istruzione e sicurezza.

Assente alla cerimonia di insediamento, il presidente statunitense Donald Trump ha avuto modo di confrontarsi con il nuovo esecutivo la settimana successiva sottolineando la comune volontà di rendere più profonde le relazioni tra i due Paesi. Proprio in politica estera i mancati inviti ai presidenti di Venezuela, Cuba e Nicaragua in occasione della cerimonia di insediamento hanno determinato già un cambio di rotta rispetto a quanto avvenuto sotto le presidenze di Tabaré Vázquez e José “Pepe” Mujica.

A destabilizzare chi oltreoceano brinda ad un nuovo insuccesso del socialismo in salsa sudamericana sono, però, le dichiarazioni del neo presidente in materia di immigrazione. Il leader conservatore si è, infatti, detto sicuro della necessità di favorire le procedure di ingresso nel piccolo Stato sudamericano perché “L’Uruguay è un paese di vecchi in via di estinzione e noi vogliamo più immigrati”. Proprio per questo motivo il governo è già al lavoro per rendere più flessibili i requisiti attualmente necessari ad ottenere la cittadinanza, una misura diametralmente opposta a quella delle destre occidentali.


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