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La lunga campagna elettorale per le elezioni presidenziali in Brasile ha rischiato seriamente di concludersi, in maniera del tutto inaspettata, già al primo turno.

Quella che si è rivelata una lunghissima maratona ricca di colpi di scena, dall’esclusione del favoritissimo ex presidente Lula all’accoltellamento del candidato liberista Jair Bolsonaro, ha rivelato l’esistenza di due blocchi diametralmente opposti nel Paese lusofono.

I due anni passati al governo tra tagli e operazioni draconiane hanno ridotto all’inesistenza il Partito del Movimento Democratico Brasiliano (PMDB) dell’uscente Michel Temer, che da tempo aveva rinunciato alla candidatura personale.

Il settantatreenne ministro delle Finanze uscente Henrique Meirelles ha, infatti, ottenuto appena l’1,2% dei voti.
Lo storico partito di destra PSDB (Partito della Social Democrazia Brasiliana) si è fermato al 4,8% pur schierando il già governatore dello Stato di San Paolo Geraldo Alckim che nel 2006 sconfitto da Lula si attestò comunque ad un lusinghiero 40%.

I voti della destra, da quella evangelica a quella nostalgica del regime militare, sono convogliati sul sessantatreenne Jair Bolsonaro, candidatosi per il Partito Social-Liberale.

Il candidato conservatore dato in testa da tutti i principali sondaggi è andato ben oltre le più rosee aspettative raggiungendo il 46% dei voti, pari a poco meno di cinquanta milioni di preferenze.

A lui si contrapporrà l’asse di sinistra ancora viva nella nazione sudamericana seppur privata del suo storico leader.

Una volta confermata l’esclusione di Lula, il Partito dei Lavoratori (PT) ha frettolosamente annunciato la candidatura dell’ex sindaco di San Paolo Fernando Haddad che non ha convinto tutti i sostenitori pronti a muoversi qualora fosse stato Lula a rappresentare il socialismo del XXI° secolo verde-oro.

Questa scelta obbligata ha favorito il candidato del Partito Democratico Laburista Ciro Gomes, che ha convogliato sulla propria candidatura i delusi dalla vicenda dell’impeachment che estromise dal palazzo presidenziale Dilma Rousseff, attestandosi al terzo posto con il 12,5%.

Completamente sparita dai radar la candidata, ed ex ministra, Marina Silva che nelle due precedenti tornate presidenziali aveva sempre sfiorato il ballottaggio e questa volta ha ottenuto appena l’1%. La somma aritmetica dei voti di Haddad e Gomes sembrerebbe dare chances di recupero e ribaltamento dell’esito elettorale alla sinistra brasiliana.

Il 28 ottobre, data del secondo turno, molti brasiliani potrebbero, però, optare per l’astensione come avvenne già quattro anni fa quando in tantissimi preferirono non schierarsi tra il secondo mandato della Rousseff (questa volta non eletta nemmeno in Senato) e il candidato della destra liberista Aécio Neves.

L’idea di un arco costituzionale anti-Bolsonaro è stata già lanciata da Haddad ma difficilmente ripeterà il successo del fronte anti-Le Pen che ha permesso l’affermazione di Macron in Francia.


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