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Impossibilitati a riunire i sostenitori nella città del Wisconsin per via del coronavirus, i 57 Stati e territori statunitensi hanno votato da località sparse per tutto il Paese attraverso una convention dem. L’investitura è avvenuta tramite ‘roll call’, l’appello con cui i rappresentanti dei vari Stati e territori Usa esprimono i loro voti. Così Joe Biden è ufficialmente il candidato democratico alla presidenza degli Stati Uniti del prossimo 3 novembre, con un voto dei delegati scelti con le primarie che si è celebrato durante la seconda serata della convention virtuale del partito di Milwaukee. Il risultato era ampiamente atteso: Biden ha vinto le primarie con il 51,4 per cento dei voti contro il 26,6 ottenuto dal suo principale sfidante, Bernie Sanders, e ha ottenuto quindi la maggioranza assoluta dei delegati. Durante la convention di Milwaukee l’ex vicepresidente Usa ha superato il quorum dei delegati necessari, raggiungendo quota 3.459 contro i 1.121 di Sanders. Biden ha ringraziato tutti, commosso accanto alla moglie Jill. “Congratulazioni, Joe, sono orgoglioso di te”, twitta Barack Obama. Bill Clinton attacca Trump: “Se verrà rieletto continuerà a fare il bullo”. La prima reazione su Twitter di Joe Biden è stata questa: “E’ l’onore della mia vita accettare la nomination del partito democratico per la presidenza degli Stati Uniti d’America.”

Il partito democratico si è progressivamente spostato a sinistra negli anni, accelerando nei mesi della pandemia. La crisi ha colpito molto più duramente i gruppi sociali più deboli che si sono ritrovati privi di lavoro, di casa, di coperture sanitarie proprio quando ne avrebbero avuto più bisogno, ma non è stato sufficiente per nominare un candidato di sinistra. I sostenitori di Bernie Sanders, di Elizabeth Warren, della stessa Ocasio- Cortez si sono ritrovati come ticket presidenziale il centrista Joe Biden e la controversa Kamala Harris.

Nei cinque minuti concessi a Bill Clinton, l’attacco è tutto contro Donald Trump e la sua gestione della pandemia: «Non vogliamo un presidente che crolla come un castello di carte durante una crisi», ha detto l’ex presidente che ha ricordato come gli Stati Uniti siano stati «l’unico Paese industrializzato ad aver triplicato» il tasso di disoccupazione durante la pandemia. È nel confronto tra Biden e Trump che Clinton punta il suo appello a sostenere il candidato dem: «Il nostro partito è unito nell’offrirvi una scelta molto diversa: un presidente che va al lavoro, un uomo semplice, che porta a termine quello che fa. Un uomo con una missione: assumersi le responsabilità, non scaricare le colpe, concentrato, non distratto, che unisce, e non divide. La nostra scelta è Joe Biden». Un discorso diretto e semplice quello di Clinton, che mette in guardia da una possibile rielezione di Trump: «Se verrà rieletto, continuerà per altri quattro anni a dare colpe agli altri, a fare il bullo e a denigrare, mentre Joe Biden ricostruirà meglio».

A conclusione della convention interviene la moglie di Joe Biden, l’aspirante first lady Jill, che ha parlato da una scuola nel Delaware senza mai nominare Trump. Jill lascia fuori la politica dal suo discorso, puntando tutto sull’aspetto più umano e personale. E ripercorrendo la tragedia che ha colpito la loro famiglia, con la morte del figlio Beau per un cancro al cervello, Jill Biden ha detto: «Come si ricostruisce una famiglia distrutta? Nello stesso modo in cui si ricostruisce un Paese. Con amore e comprensione, con piccoli atti di empatia. Con coraggio e con una fede irremovibile».

Alexandria Ocasio-Cortez ha scelto di spendere il suo minuto per sostenere simbolicamente la candidatura, poi ritirata, di Bernie Sanders, riuscito a creare un «movimento storico per risanare la nostra democrazia». Un movimento, ha aggiunto, che punta a un futuro migliore «che garantisca una maggiore istruzione, assistenza, e ripari le ferite dell’ingiustizia razziale, la misoginia e l’omofobia, un movimento che riequilibri un’economia che moltiplica le disparità. Le mie profonde congratulazioni a Joe Biden, ora andiamo a vincere a novembre». In un altro tweet ha aggiunto più diretta: «Non vedo l’ora di combattere insieme a Joe Biden per il nostro futuro e per riprenderci la nostra democrazia a novembre».

Contro Trump giocano l’effetto devastante della pandemia (a tutt’oggi oltre 5,3 milioni di casi, 169mila decessi), i ritardi, le esitazioni e le menzogne sulle misure adottate, i riflessi sull’economia. A suo favore non giova nemmeno la politica di contenimento della Cina e l’intesa fra Israele e le monarchie del Golfo nel mutato assetto geopolitico mediorientale in quanto l’elettorato repubblicano (che è prevalentemente bianco e arroccato nel Midwest e nella Bible Belt) guarda più ai dati sull’occupazione che ai risultati di politica internazionale. E qui Trump è in vantaggio su Biden: i dati del Dipartimento del Lavoro evidenziano un incremento nel mese di luglio di un milione e settecentosessantamila nuovi posti di lavoro e un calo della disoccupazione che scende al 10,2%. È il terzo consecutivo dato di crescita che fa sperare e che gioca a favore di Trump. A suo sfavore c’è invece il voto per posta. Più dell’80 per cento degli elettori intenzionati a usare le poste federali per esprimere il proprio voto si dichiarano a favore di Joe Biden. Solo il 14% voterebbe per Trump. C’è una ragione, semplicissima: il voto per posta consente a svariate fasce sociali (i giovani, le minoranze etniche, le classi meno abbienti) di inviare la propria scheda senza doversi presentare al seggio, senza correre il rischio di contagio stando in coda e senza perdere una giornata di lavoro. Fasce sociali che, come s’intuisce, sono assai poco inclini a votare per Trump. Forse per questo l’attuale presidente degli Stati Uniti sta cercando in ogni modo di sabotare il sistema postale, negandogli i fondi straordinari che ha chiesto per fronteggiare il superlavoro che lo attende, accusandolo di essere complice nelle frodi elettorali. Il che gli è già costato un ulteriore calo della popolarità. In realtà l’intera base elettorale di Trump è fortemente scossa. Le ripetute minacce alla stampa gli hanno alienato anche l’appoggio del Wall Street Journal e del “New York Post”, i quotidiani di Murdoch, e la fronda nei confronti del presidente lambisce ormai anche il Senato. Sarà vero il detto che i democratici vincono le elezioni quando i repubblicani hanno deciso di perderle?

L’accoppiata Biden-Harris farà fatica però a far breccia fra coloro che temono un ritorno massiccio all’Obama-care, la generosa ma costosissima riforma sanitaria che ha svuotato le tasche della classe media arricchendo solo le assicurazioni. l’Obamacare è una riforma pensata e fortemente desiderata dall’ex presidente Barack Obama, che ha letteralmente rivoluzionato il sistema sanitario degli Stati Uniti. Essa è a tutti gli effetti considerata una delle riforme più imponenti adottate dall’amministrazione democratica di Obama ma ha suscitato anche diverse critiche successivamente riprese e sfruttate da Donald Trump sin dall’inizio della campagna elettorale. Biden dovrà vedersela con tutti coloro che non hanno smesso di coltivare il sogno trumpiano di fare di nuovo grande l’America. Gli Stati Uniti sono la nazione più colpita dal Covid-19, con oltre 124.000 morti e 2,4 milioni di infezioni. È stato l’ACA a vietare agli assicuratori sanitari di negare la copertura agli americani con patologie sanitarie preesistenti. “È crudele, è senza cuore, è insensibile”, ha detto Biden in un discorso elettorale riferendosi alla messa in discussione dell’Obamacare da parte dell’attuale Presidente. Trump ha criticato i costi e la copertura sanitaria garantita dall’Obamacare e sin dalla sua campagna del 2016 si è impegnato a sostituirlo con un piano diverso. Senza un salto di qualità e senza l’apporto massiccio della rete (con il lockdown diventa fondamentale) Joe Biden e Kamala Harris sono destinati a perdere. Come regolarmente accade ai dem quando sono senza idee.

Joe Biden vuole combattere il cambiamento climatico, rimettere in sesto le vecchie e fatiscenti infrastrutture del Paese, migliorare l’istruzione ed espandere l’assistenza sanitaria pubblica. Per finanziare questo ambizioso programma, secondo il Wall Street Journal, il candidato presidenziale democratico prevede di aumentare le tasse di circa 4.000 miliardi di dollari in dieci anni, attraverso prelievi sulle società e sulle famiglie ad alto reddito. Ma vincere la presidenza non sarà sufficiente per farlo. Occorre che i dem ottengano la maggioranza al Senato, mantenendo il controllo della Camera. E secondo il Wsj la debolezza nei sondaggi del presidente Donald Trump al Senato, per la prima volta da un decennio, rendono questo risultato una possibilità realistica.

Agli Stati Uniti serve un leader buono che possa unificare e non dividere. E per il governatore di New York, Andrew Cuomo, quest’uomo è Joe Biden. Lo ha ribadito più volte durante la Convention democratica. Poco dopo il suo intervento però arriva puntuale la risposta del presidente Donald Trump: “Non ha buona memoria” twitta e accompagna il messaggio con una dichiarazione attribuita da un account trumpiano a Cuomo in cui il governatore avrebbe lodato l’operato di Trump contro l’epidemia.

Difficile prevedere cosa succederà da qui a novembre, quando si voterà per le presidenziali, ed è ancora presto per dare per sconfitto l’attuale presidente Usa. Sicuramente sarà decisivo nel voto la diffusione del Covid e la risposta degli Usa nei prossimi mesi. Perché con l’epidemia l’America si è scoperta debolissima e sulla crisi economica di queste settimane si giocherà una fetta importante della partita elettorale.


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