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L’elezione del populista di sinistra Andrés Manuel López Obrador alla presidenza del Messico, dovuta in gran parte anche alla ferma opposizione alle politiche preannunciate dal confinante Donald Trump nei primi due anni alla Casa Bianca, aveva fatto credere che i rapporti tra i due Stati avrebbero finito per logorarsi del tutto.
Il nuovo accordo di libero scambio del Nordamerica, denominato United States Mexico Canada Agreement (Usmca), che sostituisce il Nafta, in vigore dal 1994, rappresenta una vittoria del presidente statunitense. Nel nuovo testo sono presenti: l’imposizione di un salario minimo pari a 16 dollari per i lavoratori messicani al fine di evitare la delocalizzazione delle aziende statunitensi, un aumento (dal 62,5 al 75%) nelle quote minime di fabbricazione locale per accedere all’azzeramento dei dazi nel mercato automobilistico e condizioni più rigide su proprietà intellettuale e uso di farmaci generici.
La potenza a stelle e strisce ha, inoltre, ottenuto una clausola che impone limiti a futuri accordi commerciali dei propri partner con Stati che non abbiano un’economia di libero mercato (leggasi pure Cina).
Negli scorsi mesi The Donald aveva già ottenuto una decisa stretta sul controllo del flusso di immigrati centroamericani da parte di Città del Messico, minacciando quest’ultima di far saltare proprio l’accordo commerciale dal quale il Messico, le cui esportazioni sono principalmente indirizzate verso gli Usa, dipende non poco.
A sancire il nuovo accordo è stata una visita, la prima all’estero da quando è presidente, di Obrador a Washington in cui i due populisti si sono mostrati soddisfatti degli accordi raggiunti.
Una boccata d’ossigeno non irrilevante per Donald Trump, in difficoltà nei sondaggi elettorali e alle prese con i prolungati problemi in materia sanitaria ed economica dovuti alla pandemia di Covid-19.


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