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Siamo al Rifugio dei sogni di Toctiuco, periferia nord di Quito. Conoscendo i bambini che frequentano il Centro ci si rende conto delle difficoltà che ogni giorno devono affrontare nel loro percorso verso la vita adulta: ostacoli familiari, economici e sociali.

La maggior parte delle famiglie che viene seguita dal centro è una famiglia a rischio. Si intende una famiglia che vive nel quartiere (uno dei più poveri della città) con una composizione atipica (monoparentale, secondo matrimonio) che fatica a sopravvivere, ma in cui soprattutto i maltrattamenti intra-familiari sono la normalità.

Gli educatori del Centro riescono a raccogliere tutte queste informazioni grazie a un rapporto costruito negli anni con alcuni membri della famiglia, ma soprattutto con i bambini.
Quando delle bambine chiedono: “anche in Italia è normale picchiare i bambini? Anche i vostri genitori lo fanno? Chi maltratta viene mandato in prigione?”, si può comprendere la quotidianità che devono affrontare. Un bambino ha persino confidato allla direttrice del rifugio che quando la mamma se n’è andata si è sentito sollevato per non dover più essere sottoposto a diversi maltrattamenti (come vedersi mettere la testa nell’acqua gelida). Maltrattamenti che lasciano segni sui loro piccoli corpi: lividi a forma di mano, di sbarra, graffi. Questi comportamenti non sono senza conseguenze: diversi ragazzi tentano di affrontare i traumi con l’aggressività, l’isolamento e la ricerca di affetto.

Precisiamo che i bambini devono assistere a scene di violenza fisica, psicologica e sessuale ogni giorno e non possono non riproporre questo modello di comportamento. È in questo meccanismo che interviene il Rifugio che cerca di mostrare un diverso modello di vita, trasmettendo una diversa scala di valori per insegnare a relazionarsi con gli altri.

Dopo anni di esperienza come direttrice, Sonia ha capito che l’unico modo per aiutarli è far trascorrere al rifugio il maggior tempo possibile allontanandoli dalla strada.
Il tono con cui ci confida ciò è il tono di chi ormai ha perso fiducia nei confronti del sistema pubblico che finge di non vedere e consapevole di tutto ciò resta inerme.

In passato aveva tentato di ricorrere alle autorità denunciando (in modo anonimo data la delicatezza della questione) i casi più gravi di violenza, ma ciò le si era rivoltato contro: si è ritrovata di fronte alle minacce delle persone coinvolte data la superficialità degli organi di polizia.

Siamo in una società immobile in cui le possibilità di migliorare le proprie condizioni di vita sono minime soprattutto se centri come quelli di Toctiuco vengono abbandonati dallo Stato.

Stato che complica ulteriormente il futuro dei ragazzi rendendo anche l’istruzione pubblica inaccessibile ai più. La situazione é peggiorata con il nuovo governo che ha introdotto il numero chiuso, fissando punteggi minimi di ingresso all’università altissimi che determinano anche la facoltà che si frequenterà annullando la possibilità di scegliere il proprio futuro. A rendere ancora più elitaria l’istruzione, la necessità di frequentare corsi di preparazione al test i cui costi superano la stessa rata universitaria e sono inaccessibili per le famiglie meno abbienti.

Sembra che lo Stato abbia il diritto di decidere del futuro dei suoi cittadini senza adempiere però ai suoi doveri e lasciando prevalere la legge del più forte e della giustizia privata.


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