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Chi non ama il calcio non comprende il motivo per cui un così vasto numero di persone riesca ad appassionarsi, quando non ad accapigliarsi, per ventidue ragazzotti che rincorrono un pallone all’interno di un campo di periferia o di uno stadio importante.

E persino coloro che seguono il calcio con regolarità fanno spesso fatica a giustificare razionalmente il motivo della loro passione. Perché, in fin dei conti, proprio di una passione si tratta, vale a dire un qualcosa che non può essere spiegato razionalmente.

Non è un caso che per descrivere questo “folle sentimento” da sempre si usi il termine “tifo”, una malattia infettiva che un tempo era assai diffusa e che oggi è stata se non debellata, almeno ampiamente circoscritta.

Il fatto è che la nostra passione per il calcio viene da lontano. Dai racconti dei nostri padri che, quando non potevano permettersi di andare allo stadio, si facevano raccontare le partite dai radiocronisti alla Niccolò Carosio, o dai cronisti dei quotidiani sportivi e no. E oggi, le televisioni e i siti internet ci consentono di vedere e rivedere le partite, le giocate, i gesti atletici da mille punti di vista; il che alimenta sempre di più la nostra passione.

Perché la gioia che provoca in noi vedere quelle partite, quelle giocate e quei gesti atletici va al di là del semplice fatto sportivo. È un elemento culturale e sociale della nostra vita.

Quante volte, allorchè la conversazione con amici e conoscenti tende a languire, il calcio, o meglio, il “parlare di calcio”, ci viene in soccorso per ravvivare la discussione, per parlare di un argomento che, in ultima analisi, non fa male a nessuno; sempre che rimanga nei confini dell’amichevole e pacato dibattito e non degeneri in trita e bieca polemica.

La domenica che, per dirla con Leopardi, reca con sé “tristezza e noia”, è da sempre ravvivata dalle partite, e invece di “tornare con il proprio pensiero” al “travaglio usato”, ogni tifoso pensa già a come affronterà l’argomento l’indomani al bar, a scuola, o sul luogo di lavoro.

Però a volte si esagera, si trascende. E non ci riferiamo solo ai numerosi episodi di violenza che, per fortuna, riguardano solo alcune frange di teppisti. Ci riferiamo al fatto che a volte l’evento sportivo venga oscurato da notizie che con lo sport non hanno nulla a che fare.

In questi giorni, in cui sono riprese le coppe europee che vedono impegnate cinque squadre italiane, le vicende squisitamente agonistiche sono state relegate in secondo piano dalla notizia che Spalletti, allenatore dell’Inter, ha deciso di togliere la fascia di capitano a Mauro Icardi.

E non ci ha stupito che la notizia abbia occupato ben oltre la metà della trasmissione di mercoledì scorso dedicata alla Champions da Sky Sport: chi segue abitualmente la programmazione delle trasmissioni calcistiche dell’emittente di Murdok ormai si è reso conto che i suoi canali sportivi potrebbero tranquillamente essere ribattezzati Inter Channel, visto che si parla quasi esclusivamente dei nerazzurri e, solo se ne rimane il tempo, anche degli altri. Ma siamo rimasti sorpresi che la “notizia” campeggiasse sulle prime pagine di tutti i principali quotidiani anche non sportivi.

Potrà sembrare un atteggiamento superficiale, ma c’è da credere che la reazione di tutti i tifosi non interisti sia stata accompagnata da un sonoro “chissene…”.

Ma tant’è. Ne uccide più il gossip che la spada.


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