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Recentemente si sono commemorati i 40 anni dalla prima ascensione senza ossigeno supplementare da parte di Reinhold Messner e Peter Habeler sul tetto del mondo (8 maggio 1978). L’Everest detiene molteplici record: quelli legati all’altezza e alle imprese alpinistiche ma non solo, aprendo accesi dibattiti alpinistici sui temi della montagna “pulita” e “accessibile” a tutti (coloro che pagano), oltre a sollevare critiche sulla scalata in stile “himalayano” con l’ausilio di bombole di ossigeno da parte dei più puristi, promotori di una scalata in stile “alpino”.

È di qualche giorno fa il post pubblicato sui social network da Hervé Barmasse, che scrive: “Lo strano caso dell’Everest. A 40 anni dalla prima salita senza ossigeno di R. Messner e P. Habeler più di 750 persone in vetta… Ma tutte con OSSIGENO. La tecnologia è migliorata, l’alpinismo e l’uomo no. Ma si assicuri che poi la montagna rimanga pulita. E non parlo come profeta. Io ho sbagliato prima degli altri. Ma si può sempre cambiare e migliorare. E soprattutto lottare perché le cose cambino. Ma poi rimane un fatto scientificamente provato… chi lo dice a quelli che usano le bombole che quando arrivano sul tetto
del mondo non sono più a 8848 metri, bensì ad una quota variabile tra i 6500 e i 7000?
”.

La conquista della vetta più alta del mondo

Il 29 maggio 1953 il neozelandese Edmund Hillary e lo sherpa nepalese Tenzing Norgay, raggiunsero la vetta dell’Everest, sull’Himalaya, al confine tra Cina e Nepal. La spedizione di Hillary e Norgay, guidata dal colonnello britannico John Hunt, fu la prima a riuscire nell’impresa, salendo dal Colle Sud e raggiungendo la vetta alle 11.30 a 8.848 metri (altezza oggi discussa).

La montagna dei record

Da allora moltissime persone ci sono riuscite: sono 5.328 gli alpinisti che hanno raggiunto la cima (dati 2017), 750 solo nell’ultima stagione. Sebbene copiose siano le vittime di questa montagna (oltre 200), l’Everest è decima nella classifica delle montagne più pericolose, mentre il primato, misurato sul numero di vittime in rapporto a quello delle ascensioni, è detenuto dalla Annapurna, il cui nome in sanscrito – forse non a caso – significa “dea dell’abbondanza”.
Moltissimi anche i record: Rehinold Messner fu il primo a scalare la montagna da solo senza ossigeno nel 1980. Nel 2013 l’ottantenne giapponese Yuichiro Miura è stata la persona più vecchia di sempre ad arrivare in vetta all’Everest; la più giovane, il quindicenne statunitense Jordan Romero nel 2010. Il record di salite lo detengono gli sherpa nepalesi Apa Sherpa e Phurba Tashi con 21 ascensioni, rispettivamente nel 2011 e 2013. Il record di velocità di salita con utilizzo di ossigeno è
stato stabilito il 21 maggio 2004 da Pemba Dorjie Sherpa in 8 ore e 10 minuti. Nel maggio 2017 Killian Jornet Burgada ha invece conquistato il guinness di salire la montagna per due volte senza ossigeno a distanza di soli 6 giorni (il 21 maggio 2017 in 26 ore dal monastero di Rongbuk ed il 27 maggio in 17 ore dal campo base avanzato).
Secondo la tabella pubblicata sul sito http://www.8000ers.com/ , solo 166 alpinisti hanno raggiunto la vetta dell’Everest senza bombole, 13 morti in discesa.

Le donne dell’Everest

La prima ascensione femminile fu compiuta il 16 maggio 1975 dalla giapponese Junko Tabei, la seconda dalla tibetana Phantog e la terza e prima europea dalla polacca Wanda Rutkiewic nel 1978. La prima donna italiana è stata la campionessa italiana di sci di fondo Manuela di Centa nel 2003. Nives Meroi, alpinista italiana, insieme al marito Romano Benet, ha scalato tutti i 14 Ottomila, senza l’ausilio di ossigeno supplementare né portatori d’alta quota, prima coppia in assoluto a
riuscire nell’impresa. Ricordiamo anche Elisabeth Hawley, che, scomparsa lo scorso 26 gennaio all’età di 95 anni, ha dedicato la sua vita a monitorare le spedizioni sulle montagne più alte della terra. Una vera istituzione, “Miss Hawley”, come veniva chiamata, fu rispettata e temuta dall’intero mondo alpinistico per il meticoloso lavoro di documentazione ed archiviazione di successi ed insuccessi in alta quota, che da pochi mesi è stato reso disponibile gratuitamente online .

La tragedia del 1996 e il business delle spedizioni commerciali

Nonostante la tecnologia e la conoscenza della montagna siano migliorate, i pericoli per chi scala l’Everest sono rimasti, a partire dal principale incubo dell’edema polmonare. Ma al di là dei pericoli della cosiddetta “Zona della Morte”, quello più comune per gli alpinisti è rappresentato dai tempi di attesa causati dall’affollamento sui percorsi verso la vetta. Il 10 e 11 maggio del 1996 un’improssiva bufera colpì un gruppo di alpinisti che attendevano il loro turno, provocando la morte di otto persone. Quella tragedia fu raccontata da Jon Krakauer in “Aria Sottile”, incentrando la storia su Rob Hall, della Adventure Consultants è morto nei pressi della Cima Sud; Scott Fischer, della Mountain Madness e morto durante la discesa sulla cresta Sud-Est a 350 metri dalla cima e su Anatolij Bukreev, alpinista professionista e guida. Anatolij, sopravvissuto, contestò in seguito la versione di Krakauer.
A sorprendere non sono solo il numero di alpinisti e spedizioni, ma anche la cifra di affari di questo business a 8000: una spedizione può costare tra i 35.000 e i 60.000 dollari americani a persona (11.000 di tassa di permesso).

Lo scandalo dei rifiuti

Sfruttando l’incapacità del governo di controllare la situazione nei punti più alti della montagna, gli alpinisti abbandonano quantità enormi di rifiuti dal Campo II al Colle Sud, dopo aver rimosso i loghi aziendali dalle tende. Secondo le stime, scalatori, trekker, portatori, cuochi e personale di supporto producono circa 5.500 kg di rifiuti/anno al campo base. Il governo nepalese non riesce a far rispettare la normativa in vigore dal 2014 che prevede che ogni membro della spedizione debba riportare indietro da Everest, Lhotse e Nuptse almeno 8 kg di spazzatura ciascuno, che viene invece abbandonata ovunque, come ha ammesso Dinesh Bhattarai, direttore del Dipartimento del Turismo: “Tutte le parti interessate devono collaborare per mantenere le montagne pulite, il governo da solo non può fare nulla nella regione dell’Everest”.


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