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Estate. La sveglia suona di domenica mattina. Dalle tapparelle filtra la prima luce dell’alba, un azzurrino freddo come l’aria che smuove le tende.

Tiro su il lenzuolo e per qualche minuto resto con gli occhi chiusi e la testa sul cuscino. Uno dei gatti è saltato sul letto e si strofina contro il mio naso. Aiuto, soffoco. La tentazione di riaddormentarmi è comunque grande e mi godo questa leggera brezza che a breve si trasformerà in un forno ventilato. Mi alzo con gli occhi pesti, barcollando fino in cucina per sfamare i felini e mettere su l’acqua del thé. Matcha, che dicono faccia miracoli. Quelli di cui ho bisogno stamattina. Mi sorge la stessa domanda che mi pongo ogni volta prima di una gara: “ma chi me l’ha fatto fare?

Riepilogo mentalmente la situazione:

Non ti sei allenata, alimentata e riposata come ti eri ripromessa di fare dopo l’ultima gara di corsa in montagna, cui hai partecipato casualmente. E ti sei iscritta nuovamente ad un’altra, ancora più dura e fuori dalla tua portata, presa dall’euforia del momento e con la forte motivazione di migliorare, anche per non soffrire più come le volte precedenti e soprattutto per sopravvivere.

Ma subito termino questo dialogo con me stessa e scaccio via i pensieri negativi. Diamine, dopo tutto ieri sera ho mangiato carboidrati! Come è giusto fare la sera prima della gara.

Dopo una colazione a base di thé e biscotti, qualche fetta biscottata con la marmellata o di torta fatta in casa, mi lavo ed inizio il rito della vestizione che inizia con lo scaramantico gesto di mettermi la crema Nok ai piedi, quella anti-sfregamento, come mi ha consigliato un amico… cavoli, lui si che “va forte”.

Controllo meticolosamente di avere con me tutto il necessario: scarpe, orologio, calzini, gonnellino e maglietta, fascetta e occhiali da sole. Nel micro-zainetto: il k-way, una borraccia da mezzo litro con i sali, una barretta e quel gel, che non avrò mai il coraggio di provare, un cappellino e talvolta dei guanti. Portafoglio con patente e qualche spicciolo, e il cellulare. Bastoncini sì o no: nel dubbio li metto in macchina, deciderò poi.

Mi guardo allo specchio, sperando di superare con sufficienza la prova fotografo, che tanto so già che sarà posizionato nel punto del percorso più arduo dove avrò la faccia da zombie. Non è un caso che quando si ha il coraggio di tirare fuori il cellulare in gara, si faccia foto solo ai paesaggi. Beh, tranne i forti che si fanno i selfie al cinquatesimo chilometro freschissimi, postandosi real-time nelle storie temporanee di instagram.

Cavoli. È veramente presto… ma sono io che ho deciso di innamorarmi della corsa in montagna e di abitare in centro città.

Quindi, “no pain no gain”.

È l’ora dell’appuntamento con il/i compagno/i di avventura, calcolato prevedendo una tappa caffè e pipì, il ritiro del sempre atteso pacco gara con maglietta e sorprese di ogni genere alimentari e non, la spillettatura del pettorale… conservo talmente tante spillette che la mia casa potrebbe essere scambiata per una sartoria. Esco di casa… Boja faùs. Che freddo. Che sonno.

C’è sempre almeno un’ora di viaggio prima di raggiungere il paesino di montagna, che ospiterà la gara e da cui è possibile ammirare con terrore e stupore l’obiettivo della giornata, la cima da raggiungere e il più delle volte da ridiscendere senza rompersi qualche osso.

Il pre-gara è un momento che amo: ok, la tensione un po’ si fa sentire ma è bella l’atmosfera. Incontri tante persone, che non vedi da tempo o che vedi solo in queste occasioni. Tutti si sentono sempre impreparati, credo che i più lo dicano per scaramanzia e non perché siano improvvisati come lo sono io. Il sole inizia a scaldare e dall’altoparlante echeggia musica che carica e la voce dello speaker.

E poi il count-down…10-9-8..3-2-1…Via! Si attivano gli orologi GPS, inizio a correre e il cuore a pompare.

Il “chi me l’ha fatto fare” diventa meraviglia. I panorami sono mozzafiato, come il resto d’altronde… Tutto mi rapisce, anche la fatica si trasforma in gratitudine per essere qui, ora. Non riesco a smettere di sorridere, neppure quando i denti sono stretti dallo sforzo che sto facendo.

E arriva il traguardo. Ce l’ho fatta, in qualche modo ce l’ho fatta! Commozione pura. Oddio, mica scoppierò a piangere come una bambina… 90% testa – 10% allenamento, dicono. Boh! Entusiasmo, passione e gratitudine.

Poi inizia la festa con birre e premiazioni, tutti uniti dalla condivisione per la stessa passione e di una giornata straordinaria.

La prossima volta mi alleno di più… Ah, già! Quando è la prossima gara?!


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