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Ieri mattina gli abitanti del quartiere Cit Turin di Torino (ma probabilmente anche in altre zone della città e, chissà, magari anche di altri centri urbani) hanno trovato una sorpresa

sugli spazi di affissione della scuola Levi Montalcini di Torino sono comparsi manifesti anonimi, con contenuti dal tono allarmistico e dissuasorio nei confronti dei vaccini per i bambini. Manifesti «No Vax», per dirla in sintesi, contenenti le obiezioni tipiche di chi si batte contro l’obbligo vaccinale per gli studenti nelle scuole primarie.

Si tratta di un ennesimo capitolo di quella battaglia, quasi tutta mediatica e social

che ha visto in prima linea medici come Roberto Burioni (che ha trasformato la campagna pro vaccini una vera e propria mission) e che ha coinvolto addirittura personaggi dello spettacolo come Red Ronnie, citato recentemente a giudizio per diffamazione dello stesso teorico della «scienza non democratica».

Da persone adulte e, appunto, vaccinate quali siamo, non intendiamo partecipare allo scannatoio mediatico scatenato dopo l’iniziativa dell’allora ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, di istituire la tolleranza zero nei confronti di chi decide di evitare alcune vaccinazioni ai propri figli. Possiamo certamente però confermare di non credere nemmeno a un capitolo della favola della dittatura di «Big Pharma». Anzi, sappiamo bene che se oggi, per alcune delle malattie fino a pochi anni fa considerate incurabili, è stata cambiata quella che i medici chiamano loro «storia naturale» è proprio grazie alla ricerca, costosissima, portata avanti dalle case farmaceutiche. Che non sono certo enti di beneficienza, ma hanno come obiettivo – e non ci sono dubbi – quello di trovare prodotti efficaci, da vendere a caro prezzo. Però efficaci. Un esempio? La leucemia mieloide cronica, di cui alla fine degli anni 90 si moriva in pochi anni, oggi è diventata una malattia del tutto cronicizzabile e addirittura studi recenti hano paragonato l’aspettativa di vita di un paziente affetto da LMC curato con i nuovi farmaci volgarmente detti “intelligenti” a quella di una persona sana. Per non parlare dei progressi formidabili compiuti nella cura della Sclerosi Multipla o dell’infezione da Hiv.

Pensiamo però, allo stesso tempo, che sia un grave errore strategico criminalizzare chi ha paura, specie quando l’oggetto delle paure riguarda i propri figli

Perché la scienza è certamente esatta, ma sempre fino a prova contraria. Chi scrive, a pochi mesi dalla nascita, contrasse una brutta infezione. Fui curato da alcuni dei migliori specialisti pediatri della Capitale. Correva l’anno 1975. Mi venne somministrato un ciclo di antibiotico che all’epoca era considerato il migliore per curare determinate infezioni. Successivamente, purtroppo, si scoprì però che, specie sui bambini, quell’antibiotico aveva effetti ototossici. In pratica, in alcuni casi, poteva creare gravi danni all’orecchio interno. Risultato: mi salvai dall’infezione (era grave e il rischio che finisse male non era così remoto) ma ci rimisi un orecchio. Anacusia sinistra 100%.

Sia chiaro. Ringrazio ancora quei medici che in perfetta buona fede e seguendo protocolli alla lettera mi salvarono la vita. E pazienza se non ho mai potuto godere della magia della stereofonia.

Però questo dimostra che il dubbio, anche di fronte alla «Dea scienza» può essere legittimo

Il dubbio che non deve essere confuso, e nemmeno degenerare, nell’ignoranza, nel sospetto preconcetto, nella mancanza di fiducia e nel pregiudizio.

Ecco perché crediamo che sia corretto spiegare che vaccinare i propri figli, specie per malattie che in passato hanno rovinato generazioni intere come la poliomielite o la difterite, per citarne due tra le più temibili, sia cosa buona e giusta. Ma allo stesso tempo pensiamo che umiliare chi ha paura, non riconoscerne cittadinanza e legittimità, ridicolizzare invece di confrontarsi, anche a costo di scendere al livello di chi ne sa di meno e pensa di saperne di più non renda un buon servizio alla scienza e alla medicina.

Al contrario certi atteggiamenti autoritari e tracotanti non fanno altro che favorire ferite e divisioni culturali sempre più profonde che, alla lunga, portano come risultato quello di svegliarsi una mattina e ritrovarsi i muri ricoperti di manifesti pieni zeppi di scemenze alle quali però, molti genitori guardavano con un’espressione di simpatia.


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