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Ogni stagione ha i suoi profumi. Ed i suoi sapori. Ciò che mangiamo dovrebbe essere legato al tempo e alle fasi dell’anno, a ciò che la Terra produce nel suo ciclo. Dovrebbe… Ma, ovviamente, così non è più. O quasi.

Appare paradossale, ma nella nostra epoca di ossessioni alimentari e dieteteche, di ideologie vegetariane e manie vegane, di filiere e chilometri zero, è quasi andato completamente perduto il senso del rapporto fra ciò che mangiamo e i cicli della natura. Che è, poi, uno dei volti della perdita del senso del sacro e, al contempo, di quella del gusto. Inteso come strumento di conoscenza, quali, in fondo, tutti i sensi sono.

Perché assaporando i cibi non si prova solo un effimero piacere. Si entra in contatto con delle forze che hanno la loro origine nella terra da cui i cibi provengono. Forze che, per gli antichi, erano esseri magici, che potevano curare come causare malattie e morte. Per quello anche la tavola andava imbandita con i prodotti di stagione.

In autunno dovrebbero aver ampio spazio le castagne, con tutti i piatti che le vedono protagoniste. Gnocchi, zuppe, contorno e farcitura di carni, dolci … vere e proprie leccornie. E per di più salutari. Ottime contro l’anemia, ad esempio, per l’elevato contenuto di ferro. Così ci dice la scienza moderna. I Romani antichi – ci si legga Catone – non facevano analisi del sangue, ma consideravano le castagne autunnali, come i ceci, legate a Marte. Al Dio che ha a che fare con il Ferro. E le usavano di conseguenza per dare energie ai convalescenti. Per infondere vigore agli uomini sottoposti a grandi fatiche.

Una sapienza che non necessitava di laboratori e microscopi. Perché fondata su un rapporto profondo con la Terra. Non l’astratta Gaia di certe pseudomitologie ambientaliste dei nostri giorni, ma Tellus, la dea madre antichissima che dava agli uomini vita e nutrimento. E che, infine, ne accoglieva i resti e le ceneri. Un rapporto viscerale. Osmotico.

Per questo sarebbe importante seguire anche nell’alimentazione il corso delle stagioni. L’autunno si apre con i fichi, frutti dolcissimi e sensuali, che ci ricordano il peccato di Adamo ed Eva. Perché l’albero del bene e del male era un fico, come rappresentato nel cortile del Palazzo Ducale a Venezia, forse ad opera di Filippo Calendario… E continua col vigore delle castagne e la morbida seduzione dei cachi, i frutti della Pianta delle sette virtù, come è detta in Cina, da dove i cachi ci sono giunti. E poi c’è l’uva, naturalmente. Che, a quanto ci narra Varrone, i giovani romani usavano offrire, insieme alle castagne, alle donne che cercavano di sedurre. Perché frutti, entrambi, con un forte potere afrodisiaco. L’uva è sacra a Dyoniso, dio dell’ebrezza e delle Menadi danzanti, che la portò tornando dall’India. E le castagne si legano al riposo di Marte fra le braccia di Venere.

Oggi si portano le ragazze al McDonald ad ingurgitare patate fritte senza traccia di patata nell’impasto. Si mangiano gli stessi cibi , più o meno fasulli, tutto l’anno, con totale indifferenza allo scorrere delle stagioni. Abbiamo, come dicevo, perso ogni rapporto con gli antichi dei. Abbiamo anche degradato le nostre papille gustative, incapaci, ormai, di cogliere i sapori e di trasformarli in saperi. E abbiamo perso anche una dimensione estetica. Catullo poteva accendersi di fiamme vedendo le labbra di Lesbia mordere un grappolo d’uva… Mi riesce difficile immaginare come reagirebbe, oggi, vedendola azzannare un panino con hamburger…


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