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Un pastore sardo, decisamente arrabbiato, faceva notare che le aziende vogliono pagare il latte sempre di meno, ora a 60 centesimi al litro, ma sugli scaffali dei negozi i prezzi del pecorino non scendono.

Ed i consumatori spesso non riescono a rendersi conto dell’intero percorso del prodotto e del prezzo.

Innanzitutto va chiarito che un litro di latte non equivale ad un kg di formaggio. Per ottenere un kg di pecorino servono, in media, 5,5 litri di latte di pecora con la possibilità di ricavare anche 400 grammi di ricotta. Dunque con 3 euro e 30 centesimi che incassa il pastore, il produttore ha la base per pecorino e ricotta. Che non si ottengono con uno schiocco di dita, ma attraverso una lavorazione che non ha certo un costo elevato. Servono gli strumenti, che devono essere ammortizzati, i dipendenti che devono essere retribuiti.

Però questo passaggio al caseificio porta il prezzo a raddoppiare, senza dimenticare circa 1 euro per la ricotta. E poi il formaggio deve avviarsi verso la distribuzione, quella tradizionale dei sempre meno numerosi negozi sopravvissuti e quella dei supermercati, delle grandi catene italiane e straniere. E il prezzo si moltiplica ancora, arrivando al consumatore finale ad una cifra che è sei volte più alta di quella pagata al pastore. E questo vale non solo per il pecorino sardo che deve affrontare anche il viaggio in nave con tutti i problemi legati alla farsa della continuità territoriale, ma anche per il pecorino prodotto sul continente.

Non è certo l’unico caso. L’offensiva contro l’agricoltura e la pastorizia è in atto da tempo, sostenuta dalla campagna mediatica che fa comodo alle multinazionali del cibo. Basta con gli allevamenti, perché anche al pascolo gli animali soffrono. Dunque abbattiamo tutte le vacche, le capre e le pecore – perché i pascoli saranno convertiti in campi di patate o di mais – e nutriamoci di cavallette che evidentemente sono animali insensibili ed anaffettivi, come i vermi e le formiche. E poi alghe a volontà, mais transgenico come il grano.

Nessuna biodiversità ma semi uguali per tutti, così combattiamo la xenofobia alimentare. E se dallo stesso seme nasceranno mais e grano più a buon mercato in Paesi dove lo sfruttamento è maggiore, abbandoneremo la nostra agricoltura, simbolo di un mondo arcaico e non più politicamente corretto.

L’importante, però, è dividere il fronte. Oggi ci si indigna a comando contro i pastori che versano il loro latte (il loro, non quello dei giornalisti indignati), domani sarà la volta dei frutticoltori o dei pescatori.

Devono sparire tutti, il futuro deve essere riservato alle multinazionali del cibo ed ai loro schiavi in ogni continente.


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