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Ci fu un tempo in cui, con una banda di disperati miei pari, andavo alla ricerca del casoncello (una sorta di raviolo Lombardo, ndd) perfetto: mai ricerca fu più infruttuosa e più piacevole

Diffidate dalle imitazioni: anzi, diffidate da chiunque vi gabelli per perfetto un casoncello.

Il casoncello perfetto, semplicemente, non esiste: non c’è un disciplinare, non una versione ufficiale del popolare raviolo, non c’è neppure un’indicazione geografica tipica, giacchè Bergamo e Brescia se ne palleggiano la paternità.

In un posto ti ammanniscono delle striscette di plastica (tecnicamente, plastegù), imbibite di burro, in un altro ti raccontano la rava e la fava della filologia del casoncello, rifilandoti tre ravioloni zeppi di uva passa e di amaretto, facendoteli pagare come il fuoco. Sono tutte visioni casoncelliche d’accatto: lo ripeto, il casoncello assoluto è un’utopia.

Però, se volete mangiare dei casoncelli assolutamente spettacolari, ancorchè decisamente apocrifi rispetto a tutte le vulgate, dovete andare a Valpiana, frazione di Serina, amena località alpestre nell’omonima valle, tributaria della val Brembana. Lì, vi gusterete dei casoncelli tra i migliori che, nei miei oltre quarant’anni di ingozzate, mi sia stato dato di divorare.

Non aspettatevi locali finto-rustici con caminetti e gerani: siamo a Bergamo, mica in uno di quei posti fighetti in tamoccolandia; il ristorante che realizzerà i vostri desideri si chiama “Luisella”, e ha l’aspetto di un locale che, dagli anni Settanta, ha cambiato poco o nulla (http://www.albergoristoranteluisella.com). E, grazie a Dio, non ha cambiato il proprio repertorio: casoncelli da urlo, ma anche la polenta taragna, i formaggi freschi o alla piastra (tra cui il pregevolissimo Strachitunt, che, traducendo dal patois, starebbe per formaggio tondo, giacchè per i Bergamaschi ogni formaggio è stracchino), le carni di ricetta valligiana, come il brasato e un sacco di altre buone cose dei nostri monti.

Certo, il sito è un tantino a casa di Dio e la strada è un po’ fatta a bissabobe, ma la visita merita lo sforzo. Se, poi, soddisfatti del prodotto, voleste portarvi a casa un po’ di autentico spirito orobico, potete sempre acquistare i casoncelli da cucinare, alla cooperativa Contatto, unendo l’utile al dilettevole (http://www.contatto.coop/raviolificio-con-cuore/prodotti/casoncelli-di-valpiana).

Alla fine, non avrete risolto, come chi scrive, l’annosa questione della perfezione casoncellica, ma, per certo, avrete passato qualche ora in un luogo bellissimo, dando grande soddisfazione agli occhi e al palato: senza contare che avrete aiutato a sopravvivere la montagna, alla faccia del sushi e dello street food.

Dimenticavo: il vino suggerito è il rosso della casa, onesto e senza troppe pretensioni. Andateci piano, però, che il ritorno è tutto a curve…


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