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La luce soffusa regala un’atmosfera intima. Il buio, invece, non ti fa quasi leggere il menù. Il brusio scalda l’ambiente e regala convivialità. La pessima acustica ti fa urlare per sentire il tuo compagno di cena.

Se, in più, ci aggiungiamo la musica altissima (senza entrare nel merito delle scelte e dei gusti musicali) l’ambiente assume connotazioni più vicine ad una discoteca o a quelle dei negozi di una famosa marca di abbigliamento americana, nota ai più per gli avvenenti modelli a petto nudo.

“Gigi Cucina Urbana” è un ristorante torinese, in via San Francesco da Paola 11, vittima delle sue contraddizioni, dove un contorno stonato non permette al vero protagonista di emergere. Il cibo, onore allo Chef, è buono. Si percepisce la qualità delle materie e l’accuratezza nelle preparazioni. Buono il pesce e la carne, leggermente inferiore invece la selezione negli antipasti.

A causa della direzione “artistica” del locale, però, tutto questo non emerge, anzi ne viene fagocitato. Tavoli troppo vicini l’uno all’altro ed al bancone non regalano la serenità che una persona cerca quando va a cena, a causa dei continui colpi ricevuti da commensali e camerieri che cercano di fare lo slalom tra gli avventori.
La capienza supera le reali possibilità di un piccolo locale, creando solo caos di sottofondo, ulteriormente implementato dalla selezione musicale, ad un volume più vicino ad una colonna sonora.

Ciliegina sulla torta: il conto notevolmente salato, ben superiore alla media dei suoi competitor torinesi.


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