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Coltivare oggi sembra essere finalmente tornato di moda: gran parte del merito di questo “ritorno alle origini” va sicuramente assegnato ad una serie di fenomeni trainanti e tra questi c’è quello degli Orti Urbani e sebbene il successo solo “recente” di questo fenomeno possa portarci a pensare che si tratti di un’idea nuova, la presenza di Orti Urbani in città ha radici piuttosto lontane.

I primi Orti Urbani nascono infatti durante l’ 800, precisamente verso la metà del secolo quando sorgono i primi “Kleingarten” tedeschi, spazi riservati ai solo bambini, ma è verso la fine dello stesso secolo che l’idea inizia stabilmente a diffondersi attraverso i “Jardin Ouvriers” nati dall’attività del Monsignor Jules Lemire, politico ed uomo di grande cultura.

Questi giardini operai avevano un duplice obiettivo, non solo quello di coltivare l’orto come possibile fonte di risorse economiche ed alimentari, ma di considerarlo anche come forma di sviluppo e di arricchimento del rapporto familiare, così come sintetizzava quello che era il motto di tale iniziativa: “Il giardino è il mezzo, la famiglia è lo scopo

In Italia, per la nascita di questo tipo di fenomeni bisogna aspettare il secolo successivo, quando in epoca Fascista, nel bel mezzo della II Guerra Mondiale, Mussolini lancia la campagna per gli Orticelli di Guerra dove tutto il verde pubblico veniva messo a disposizione della popolazione per coltivare verdure e legumi con l’obiettivo finale di non lasciare incolto “..neppure un lembo di terra”.

Occorre poi aspettare l’arrivo dei giorni nostri per ritrovare iniziative associative simili e se nel 2011 era possibile assistere e partecipare a tali progetti solo nelle grandi città ed in piccoli e sperimentali spazi, nel 2013 una ricerca della Coldiretti segnalava come la quantità di territorio dedicato agli Orti Urbani aveva raggiunto il record di 3,3 milioni di metri quadri di terreno triplicando il risultato dei due anni precedenti.

Ed è del Giugno 2017 una ricerca pubblicata dalla Coldiretti in collaborazione con il Censis, secondo cui quasi la metà degli italiani (il 46,2 per cento) coltiva spazi verdi sui balconi e nei giardini. Di questi, il 25,6 per cento lo fanno per la voglia di mangiare prodotti sani e genuini, il 10 per cento per passione e il 5 per cento per risparmiare. Numeri ben più importanti rispetto al passato, che rendono l’idea di quanto il fenomeno stia guadagnando lo spazio che merita con una presenza più o meno costante, sebbene in prevalenza nell’area settentrionale, in tutto il territorio Italiano.

Il fenomeno degli Orti Urbani ha vissuto quindi negli ultimi anni un incremento esponenziale, tanto che ormai non si parla più di Km0, ma di Passo0.

Oggi si aggiunge anche l’elemento della verticalità, ovvero la possibilità e la necessità di coltivare sui tetti degli edifici per sfruttare al meglio lo spazio in città. In alcuni casi l’iniziativa parte da comunità locali, in altri casi prestigiosi studi di architettura firmano progetti all’avanguardia che si avvalgono della tecnologia con la necessità di rendere le città più autosufficienti dal punto di vista alimentare per diminuire il loro impatto sulle campagne.
Coltivare in alto su terrazzi e tetti conviene non solo perché l’esposizione solare è maggiore, ma anche perché le polveri sottili tendono a depositarsi verso il basso

Molti gli orti urbani più all’avanguardia, fra cui ricordiamo il distretto agricolo urbano di Sunqiao, a Shanghai, il Gotham Greens, negli Stati Uniti per gli abitanti di New York e di Chicago, il DakAkker, a Rotterdam, la più grande azienda agricola in Europa situata sul tetto di un edificio, nel centro di Rotterdam
Come anche la coltivazione di insalata, menta e salvia che crescono nelle bottiglie di plastica riciclate, sui tetti nella striscia di Gaza, là dove le risorse di acqua e suolo sono scarse: sono i ricercatori di Agraria dell’università di Bologna ad aver fatto partire le prime colture nel campo profughi di Rafah. Dopo poche settimane le piantine sono cresciute e spuntano i primi pomodori. “Non sempre per coltivare è necessaria la terra e l’acqua in abbondanza, questi sistemi cosiddetti fuori suolo sono adatti a far crescere ortaggi anche in ambienti inospitali“, spiega Giovanni Bazzocchi, coordinatore del Centro di agricoltura urbana e biodiversità dell’ateneo di Bologna.

Emerge un panorama molto ampio e variegato di Orti Urbani: spazi curati da associazioni di cittadini, da cooperative sociali e agricole, da gruppi informali di genitori e insegnanti… esperienze che coinvolgono anziani, diversamente abili, migranti e ragazzi… progetti di educazione ambientale e di inserimento lavorativo e molto altro.

OrMe, la Rete Metropolitana degli Orti Urbani di Torino mette da alcuni anni in rete tutte queste esperienze con l’obiettivo di dare visibilità a quelle già esistenti e a quelle nascenti, di favorire il confronto e la condivisione di saperi e progetti, supportare in modo pratico i partecipanti attraverso servizi e attività informative e formative.

Tra i tanti progetti con gli Orti Urbani vogliamo ricordarne in particolare uno molto attivo, promosso dall’Associazione 1+ Nel Mondo con un gruppo di giovani studenti presso il Circolo ARCI Da Giau , alle porte di Torino.
Cos’hanno in comune degli adolescenti ed un orto?
Nulla apparentemente. Non c’è nulla infatti che possa essere più divergente di un giovane che si muove con la velocità della tecnologia: social, 4g, youtube ed il tempo ciclico della natura e di un orto che cresce con ritmi e tempi assolutamente naturali sotto le sue mani.
Ma poi si scopre che gli adolescenti possono chiedere quando ricomincia il laboratorio dell’orto e scoprire che finiscono i compiti in fretta per correre in giardino, mettere le mani nella terra e non nominare nemmeno il telefono per ore. Scopri così che gli adolescenti sono ancora capaci di stupire e di emozionarsi davanti a zolle da seminare e frutti da raccogliere… con gli Orti Urbani si può.


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