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Dici bistecca e pensi alla Fiorentina. O alla fassona piemontese. E le braciole sono quelle che sfrigolano, come le costine di maiale, sopra la griglia del barbecue. La salsiccia è quella che accompagna la polenta e le dà un senso. Se tutto questo vi ha fatto venire l’acquolina in bocca invece di farvi indignare, dovete preoccuparvi.

Perché in un futuro non lontano, praticamente domani, bistecche, braciole e salsicce saranno esclusivamente a base di soia, di alghe e meraviglie analoghe.

A difendere il buon senso, in Europa, è rimasta la sola Francia. D’altronde il buon senso ed il governo del lìder minimo sono incompatibili. Così Parigi si è lanciata nella battaglia per impedire che l’Unione europea permetta di conservare il nome degli alimenti a base di carne anche a quelli che di carne non hanno neppure il profumo.

Liberissimi, vegetariani e vegani, di abbuffarsi di blocchi di tofu con le forme più improbabili. Ma perché chiamarli “bistecche”, “salsicce”, “braciole”? Forse perché la cucina politicamente corretta, e dunque nemica della carne, appare poco affascinante e, dunque, deve accaparrarsi i nomi di quella onnivora?

Ci si batte contro l’italian sounding, ossia i prodotti che pur non essendo italiani richiamano un’immagine italiana (dal parmesan ai falsi vini doc), e poi si vuole accettare la truffa delle bistecche di soia? Se i vegani sono così sicuri delle loro posizioni, conquistino i consumatori con propri prodotti onesti, chiari, espliciti. Senza utilizzare i nomi di culture alimentari che non sono le loro.


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