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Una “caprese” al bar? 7 euro e 50, più un euro di coperto, più le bevande. Sono questi i prezzi che, secondo i leader dei commercianti torinesi, dovrebbero favorire il ritorno dei lavoratori in ufficio dopo i mesi di smartworking. E non si tratta certo di casi isolati.

Piatto unico Samin Ramen, sempre in un locale della zona degli uffici? 13 euro. Più tutto il resto. Snack? 9 euro. Ci si sposta di pochi metri e un antipasto di fiori di zucca e porri viene proposto a 8,50. Stesso prezzo per una “insalatona” non meglio precisata.

Questi dovrebbero essere prezzi e menu per rilanciare un settore in crisi. Questi sono prezzi e menu che dovrebbero invogliare gli impiegati a tornare in ufficio ed a concedersi una pausa pranzo al bar. Impiegati che, quando va bene, dispongono di buoni pasto da 7 euro. Dunque ogni giorno di lavoro in ufficio comporterebbe una spesa ulteriore rispetto a quanto previsto dai contratti. Senza dimenticare il costo dei trasporti, il tempo perso nel tragitto tra casa e ufficio sia all’andata sia al ritorno, spesso utilizzando mezzi pubblici sovraffollati.

E senza dimenticare che non tutti dispongono del buono pasto aziendale.

Eppure il settore della ristorazione continua a lamentarsi per lo scarso flusso di avventori. Mancano i turisti e mancano i colletti bianchi che sciamano dagli uffici. Si lamentano, gli operatori, ed assicurano che un centinaio di locali ha già riabbassato le saracinesche in attesa di settembre.

Non c’è da stupirsi, considerando i prezzi. E considerando, soprattutto, che le retribuzioni medie di Torino sono nettamente inferiori rispetto a quelle della pur vicina Milano. Prezzi milanesi per retribuzioni torinesi non sembrano la migliore politica per attrarre clienti.


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