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In seguito agli avvenimenti politici e sociali che hanno coinvolto negli ultimi mesi del 2019 la Colombia, dal voto per le elezioni regionali alle proteste popolari, abbiamo intervistato il dottorando presso l’Università degli Studi di Salerno Hernan R. Vargas per comprendere al meglio le cause e gli sviluppi degli stessi.

Le proteste popolari sudamericane hanno contagiato, di recente, la Colombia. Quali sono i motivi del malcontento popolare e le richieste dei movimenti popolari e sociali?

Innanzitutto dobbiamo dire che ciò che hanno in comune è il malcontento della gente. Non si tratta di un «contagio», allo stile delle rivoluzioni ottocentesche, ma di una condivisa insoddisfazione dei popoli sudamericani nei confronti dei loro governi. Se si esaminano in profondità le motivazioni che hanno portato alle continue manifestazioni si evidenza che queste sono diverse, anche se l’agenda politica dei movimenti sociali come quelli ambientalisti, operai o femministi fanno sembrare che appartengano ad un unico fenomeno comune.

Si tratta, secondo me, di fenomeni diversi che hanno punti in comune e non di un unico fenomeno con un’unica agenda politica. Il caso delle diverse manifestazioni in Colombia corrisponde ad almeno sette ragioni che sono assolutamente nazionali, al di là della dinamica internazionale che, attraverso i social e i diversi mass media, hanno promosso uno «spirito di lotta» comune. Queste ragioni sono:

  1. Sicurezza sociale. Una riforma che vuole modificare il sistema di amministrazione delle pensioni pubbliche, mediante un regime di risparmio individuale. Proposta che contraddice i principi di solidarietà, universalità ed efficienza del diritto alla sicurezza sociale promossi nella Costituzione politica del 1991.
  2. Processo di pace. I manifestanti accusano il governo di non rispettare nessuno degli accordi stabiliti con i guerriglieri delle FARC, che riguardano il benessere della società colombiana. Principalmente quegli accordi riguardano i piani economici e sociali previsti per le aree storicamente più colpite dal conflitto.
  3. Privatizzazioni. Il governo continua ad effettuare un piano per aprire la strada alla privatizzazione di 19 entità finanziarie statali, oltre alla cessione del 20% delle azioni della compagnia petrolifera statale (Ecopetrol) e la quota statale di ISA (compagnia energetica) e Cenit (trasporti di idrocarburi).
  4. Diritti umani. La mancanza di protezione da parte del governo contro le crescenti minacce dei settori paramilitari e gli omicidi sistematici dei leader sociali, ad esempio ciò che è successo lo scorso 6 novembre, l’omicidio di 18 minorenni in un bombardamento dell’esercito nazionale e che ha costretto alle dimissioni il ministro della Difesa.
  5. Il governo non ha osservato gli accordi sottoscritti in precedenza con le organizzazioni sociali. Organizzazioni indigene, sindacali e studentesche hanno raggiunto accordi con il governo nei giorni precedenti alla protesta. Due esempi: le organizzazioni agricole chiedono la revisione degli accordi di libero scambio (ALS) e le organizzazioni delle donne richiedono decisioni precise per superare la discriminazione lavorativa e la marginalizzazione sociale.
  6. Riforma del lavoro. Una riforma del lavoro presentata dal partito di governo cerca di deteriorare le condizioni di lavoro, come il contributo orario e gli annunci dei settori di attività legati al governo, così come il pagamento del 75% di un salario minimo ai giovani che si aggiunge alla già preoccupante disoccupazione nazionale.
  7. Fracking e ambiente. Il governo ha adottato misure avanzate per rendere fattibile il metodo di fratturazione idraulica per l’estrazione di petrolio, nonostante i rischi ambientali molto elevati di questa misura (infrangendo la promessa della sua campagna elettorale per la Casa di Nariño). È stato anche permissivo con l’estrazione dei Páramos (caso di Santurban, Santander). Ciò costituisce un altro motivo per la mobilitazione di settori e organizzazioni ambientaliste in tutto il Paese.

La politica del pugno di ferro verso i movimenti guerriglieri ancora attivi nel territorio colombiano (dissidenti delle Farc ed Esercito di Liberazione Nazionale) comporta più rischi di una nuova deriva verso la guerra civile o potrebbe generare quella vittoria militare definitiva che l’uribismo sogna dall’inizio del millennio?

La risposta è no. L’ultimo processo di pace, tra il 2012 e il 2016, durante il secondo governo del presidente Juan Manuel Santos, dimostrò che le due frazioni, lo Stato da una parte e la guerriglia delle FARC dall’altra, avevano bisogno di risolvere attraverso il dialogo ciò che non avevano potuto risolvere negli ultimi 60 anni attraverso le armi. Dall’altro canto c’è da dire che con l’accordo del 2016 la continua guerra civile non era finita, c’era ancora la guerriglia dell’ELN e la diffusione dei gruppi Paramilitari, come questioni da risolvere.

La storia contemporanea della Colombia ha risposto alla questione rendendo evidente quanto sia stato inutile l’allungamento del conflitto, lasciando alle spalle milioni di morti e vittime. Il ritorno di alcuni leader delle FARC e di un 10% degli ex-guerriglieri alle armi non rappresentano una vera minaccia per lo Stato e la società civile come negli anni precedenti. Il ritorno di alcuni membri del gruppo alle armi, anzi, rappresenta il bisogno urgente di portare avanti i punti dell’accordo firmato a Cuba nel 2016 e continuamente sabotato da parte del governo di Duque.

Tutti gli stati al voto in America Latina hanno bocciato i governi in carica. E’ successo anche alle elezioni regionali in Colombia ad ottobre. Si è trattato di un campanello d’allarme sottovalutato dall’esecutivo?

Si e questo fa parte della dinamica politica latinoamericana, in cui a differenza di vent’anni fa i governi in carica trovano grandi difficoltà nel consolidare un potere «completo». Più che di un campanello d’allarme si tratta della cronaca di una morte annunciata, perché, già prima del trionfo di Duque come presidente del Partito Centro Democratico (il partito di Uribe), gli analisti politici e gli storici più importanti sottolinearono che nel caso in cui avesse vinto, le mancanze diplomatiche, intellettuali e carismatiche dell’attuale presidente – nonché la mancanza di esperienza nello scenario politico – avrebbero portato ad una grande crisi all’interno del partito, così come ad una crisi dell’immagine del suo mentore, che ha diviso il paese tra quelli che lo amano e quelli che lo odiano.

I disastrosi risultati nelle elezioni regionali per il partito di Uribe sono la prova che questi specialisti, inclusi quelli internazionali (Noam Chomsky, Adolfo Pérez Esquivel o Carlos Berzosa), hanno avuto ragione. E sono anche la prova che ci sono altre possibilità da considerare nello scenario politico e che hanno la grande occasione (come nel caso di Medellín e Bogotá) di dimostrare di essere (o meno) in grado di occuparsi dei principali problemi delle proprie regioni.

La Colombia resta l’unico Paese sudamericano a non aver sperimentato un governo socialista dall’inizio del nuovo millennio. Cosa si muove a sinistra e quali sono le prospettive di crescita per i partiti di riferimento (Polo Democratico Alternativo, Farc, Verdi) e di alcuni dei suoi maggiori esponenti (Gustavo Petro, Sergio Fajardo)?

Effettivamente in Colombia non c’è mai stato un governo né socialista, né di sinistra. Nel XX secolo la dinamica è stata sempre la divisione continua al potere tra liberali e conservatori. La situazione non è cambiata nel XXI secolo. I partiti più votati oscillano tra la destra, la destra radicale e solo eventualmente, nella dinamica politica delle regioni, hanno vinto alcuni partiti con basi o tendenze di Sinistra. La cultura politica colombiana si è sviluppata in mezzo alla paura dei grandi movimenti di sinistra, associati con il tempo, ai movimenti guerriglieri e criminali.

Nelle ultime elezioni Gustavo Petro, rappresentante di un movimento progressista (con alcune basi di sinistra), ha raggiunto una quantità di voti sufficienti per portare al ballottaggio la sfida per le presidenziali. Ma ancora una volta, ha vinto l’inclinazione dei votanti (con un astensionismo del 60% della popolazione!) verso la destra. Risulta molto difficile ipotizzare cosa sarebbe stato della Colombia se avesse avuto un governo di sinistra nella sua storia, ma in ogni caso è la continuità dei diversi conflitti civili, della disuguaglianza, della disoccupazione, come la precarietà del sistema educativo e di salute a mettere in questione la qualità dei governi – tra l’altro oligarchici – di destra. Non includerei Sergio Fajardo e i Verdi nella parte sinistra della politica colombiana, avendo entrambi una natura più di centro-destra.


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